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Sirāt

6/01/2026 | Dol's Magazine

di  Óliver Laxe

con Sergi López, Brúno Nuñez, Stefania Gadda, Joshua Liam Henderson, Tonin Janvier, Jade Oukid

nelle sale dall’8 gennaio

Non avvicinatevi a questo film prodotto dai fratelli Pedro e Agustín Almodóvar con sguardo ancorato al realismo. Neppure con la pretesa di capire tutto. Quello che vedrete è un viaggio verso il nulla, forse una metafora dell’apocalisse che stiamo attraversando. Un cuore di tenebra rivisitato in chiave sufi che ha ceduto alle tentazioni lisergiche. Un Mad Max contemporaneo che si snoda nel paesaggio magnifico e minaccioso del deserto marocchino.

Anche il titolo del film di questo regista franco-spagnolo poco più che quarantenne convertito all’Islam e conquistato dalla sapienza sufi, merita di essere spiegato: nella tradizione islamica escatologica si riferisce al ponte sottilissimo e affilato che ogni anima deve attraversare nell’aldilà per raggiungere il Paradiso, lo spazio-tempo in cui si separano i giusti dai dannati.

Insomma, avete capito, carne al fuoco ce n’è molta e alte sono le ambizioni del regista. Il film comunque è piaciuto molto a tanti critici (molto anche a me, per quel che vale) e ha meritato il  premio della giuria all’ultimo festival di Cannes. Di sicuro non è un’opera che passa inosservata.

Siamo nel deserto marocchino, nel bel mezzo di un rave party. I partecipanti rispecchiano la variopinta umanità dei giovani adepti di questi appuntamenti, a parte un uomo, che nulla ha a che fare con loro. Si chiama Luis e su uno scalcinato pullmino, accompagnato dal figlio Esteban, un bambino sui dieci anni, e da una cagnolina, sta cercando la figlia Mar, di cui non ha notizie da mesi.

La ragazza non è scappata, perché è maggiorenne e ha scelto la sua vita, ma il padre e il ragazzino vogliono ritrovarla.

L’uomo si aggira fra i giovani che danzano in trance, alla ricerca di notizie. Mostra la foto della figlia, chiede, non si scoraggia anche se nessuno gli dà retta più di tanto e anzi i più lo guardano con diffidenza: non appartiene alla loro tribù. All’arrivo dei militari si scatena un grande caos. Forse è in corso una guerra civile. Alcuni fuggono, alcuni vengono fermati. Luis con bimbo e cane riesce a salvarsi, aggregandosi a cinque raver, due francesi e tre spagnoli, due donne e tre uomini e con loro inizia un viaggio verso sud, verso il confine con la Mauritania, dove è previsto un altro rave party. E dove spera di incontrare la figlia.

Poco è spiegato dei vari personaggi, i raver sono mutilati, a uno manca un braccio, all’altro una gamba, poco si sa delle relazioni fra di loro e neanche la biografia di Luis sfugge all’ellissi. Perché, sembra dirci il regista,

quello che conta è l’istante. E il destino, costellato di casualità, fortunate o tragiche. Man mano che il pullmino di Luis e i due camion fuoristrada dei raver si avvicinano alla meta, gli eventi si fanno più estremi e confusi.

Si sfumano gli obiettivi iniziali, si allontana l’idea di un viaggio alla ricerca di una figlia scomparsa e anche quella di un avvicinamento al luogo del rave party. Il cammino che il gruppo sta compiendo si trasforma in un viaggio metafisico, verso la fine del mondo, un viaggio al termine della notte.

Qui il cuore di tenebra non ha l’aspetto della giungla di Kurt, ma dei panorami sfocati delle tempeste di sabbia, più si scende a sud, più il paesaggio si fa irreale e le relazioni fra i protagonisti radicali. Poco a poco iniziano a contare sono solo gli aspetti più importanti della vita. Solo sopravvivere è quello che conta.

Le immagini sono stupende, e del resto coi paesaggi magici e misteriosi del deserto il regista vince  facile.

A parte questo anche le droghe psichedeliche con le loro allucinazioni e l’apertura delle porte della percezione contribuiscono a creare quell’atmosfera ipnotica che a me ha ricordato certo Jodorowsky, Herzog e certi film australiani, come Picnic a Hanging Rock e Walkabout di Nicola Roeg.

Pellicola autoriale, non a caso distribuita da Mubi: io dico che vale assai la pena di non perdere un film così speciale.

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