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La partenza inaspettata: un Salieri inedito per il Reate Festival

24/11/2025 | Rivista Musica

La scena finale

SALIERI La partenza inaspettata R. M. Zangari (Capitan Armidoro), M. Suleiman (Isabella), M. Loi (Don Faliteo), M. De Biasi (Rosina), F. Vita (Dottor Testasecca), A. Bartolini (Frontino); Roma Tre Orchestra, direttore Cesare Della Sciucca regia Cesare Scarton scene e luci Andrea Tocchio costumi Anna Biagiotti

Rieti, Reate Festival, Teatro Flavio Vespasiano 22 novembre 2025

Il Reate Festival, giunto ormai alla sua diciottesima edizione, ci ha abituato alla meritevole riscoperta di opere dimenticate. Dopo L’empio punito di Melani e Il trespolo tutore di Stradella, con considerevole salto epocale ha ora riproposto in prima esecuzione moderna un’opera comica di un non ancora trentenne Antonio Salieri, La partenza inaspettata, rappresentata al Teatro Valle di Roma nel 1779 con un apprezzabile libretto di un letterato avveduto come Giuseppe Petrosellini.

La vicenda, nonostante si inserisca a pieno titolo nel cliché dell’opera comica settecentesca, è piena di verve e di trovate. Vi si inscena la storia di due giovani innamorati (Isabella e Capitano Armidoro costretto a partire inaspettatamente, come il Cherubino mozartiano, per la vita militare) la cui vicenda si incrocia con l’assidua corte alla ragazza, con la complicità del fratello Dottor Testasecca, di Don Faliteo, un avventuriero male in arnese che conta sulla dote della ragazza per sanare la sua disastrosa situazione finanziaria. A difesa di Isabella accorre la vispa servetta Rosina che salverà la situazione, liberando Isabella dall’impegno matrimoniale sgradito e proponendosi al contempo come futura sposa del non gradito pretendente (avendogli però prima assicurato di risanare la sua debitoria condizione).

Non mancano momenti di interesse drammaturgico come la finzione che in casa ci siano fantasmi (per tenere lontano dalla coppia giovane non graditi visitatori), e il falso incendio messo in opera da Faliteo, sempre in bolletta, per mandare all’aria la cena, impossibile per cronica mancanza di soldi, e rispedire gli invitati a casa.

Ma la cosa più importante è ovviamente la musica del giovane Salieri, che non solo occhieggia alla tradizione veneziana (anche qualche battuta in dialetto), ma mette in mostra una orchestrazione ormai non più barocca e consolidata di certo dalle esperienze viennesi (Haydn in testa). Non solo vi brillano alcune arie d’amore, ma anche e soprattutto duetti, terzetti e i due concertati di fine atto che nella tradizione napoletana (e poi con Rossini) diventeranno un must. Non mancano arie di elenchi (come quella che snocciola le definizioni dell’amore da parte di uomini illustri come Ovidio, Democrito o Platone) né divertenti quiproquo o malintesi.

Pur nella sobrietà dei mezzi si lascia apprezzare l’allestimento del navigato Cesare Scarton, capace di fare di necessità virtù: sulla scena solo alcuni bauli, un simbolico cubo-gabbia di vetro, forse metafora delle relazioni amorose, e il cangiante sfondo di video che evocano ora la Venezia settecentesca di Canaletto, ora l’interno di un teatro all’italiana, o ancora una candela, un incendio o figure fantasmatiche.

La direzione del trentacinquenne Della Sciucca sul podio della giovane Roma Tre Orchestra, è apparsa dinamica, condotta con la necessaria verve che valorizza per contrasto le pause liriche. Tutti ben guidati e bendisposti i cantanti, dotati anche di qualità attorali lodevoli: particolarmente applauditi il tormentato e avido Faliteo (baritono) di Matteo Loi, la vispa Rosina (soprano) tuttofare di Maddalena De Biasi e la protagonista Isabella (soprano) di Mariam Suleiman. Hanno superato la prova nel non sempre agevole ruolo tenorile anche Roberto Manuel Zangari (Armidoro) e Federico Vita (Dottor Testasecca, il fratello non certo disinteressato). Nonostante si muova su binari drammaturgicamente consueti, l’opera rivela un Salieri inaspettato (celebrato piuttosto per i suoi drammi come Armida, Les Danaïdes o Tarare) e gli rende onore, obliando le vecchie deleterie fole di avvelenatore del divino Amadeus, nell’anno in cui si celebra il suo bicentenario della morte (1825), dimenticato a favore delle più osannate celebrazioni palestriniane e scarlattiane.

Lorenzo Tozzi

Foto: Scatarzi e Artivision

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