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Il valore del perdono: la Clemenza di Tito alla Fenice

24/11/2025 | Rivista Musica

MOZART La clemenza di Tito D. Behle, A. Bartoli, F. Aspromonte, C. Molinari, N. Balducci, D. Apollonio Orchestra e coro del Teatro La Fenice, direttore Ivor Bolton regia Paul Curran scene e costumi Gary McCann light designer Fabio Barettin

Venezia, Teatro la Fenice, 20 Novembre 2025

È la luce a inondare la scena del teatro La Fenice dispiegando in apertura il senso edificante e positivo della Clemenza di Tito di Mozart per l’inaugurazione della nuova stagione lirica: opera appunto di luce che trionferà nella tolleranza, perdono e riconciliazione collettivi dell’epilogo, sempre attuali. Incombe una minaccia di morte che li contrasta col motto scolpito in cima alle scene riferite all’epoca classica della vicenda “Vulnerant omnes ultima necat”, ovvero “Tutte feriscono, l’ultima uccide”, presagio legato al passare delle ore, che il nuovo allestimento firmato da Paul Curran simboleggia in modo enfatico nel conto alla rovescia di un gigantesco timer. Curran predilige giochi luminosi (il rosso per l’incendio) per animare la scena pressoché fissa, un po’ fredda e distaccata tra statue e colonnati, dove costruisce comunque un buon rapporto tra spazio e gestualità. Nella sobrietà dei costumi adotta alcune soluzioni che esagerano i contenuti più negativi, come l’innesco di una bomba per far saltare il Campidoglio (devastato nel secondo atto) o Tito ferito ricoverato su un vero letto di degenza ospedaliera con tanto di monitor da unità semintensiva.

La concertazione di Ivor Bolton – profondo conoscitore del repertorio settecentesco – è totalizzante, eseguendo in prima persona i recitativi al fortepiano con varietà coloristica e di articolazioni, costruendo uno stretto rapporto tra buca e scena, distribuendo intensità nella pronuncia di ogni figura musicale attraverso una rigorosa scelta di tempi, forti contrasti, ampia flessibilità nelle dinamiche. Emerge in pieno il Mozart della maturità all’ombra dei capolavori operistici insuperati, secondo un’appropriatezza stilistica ben assecondata dall’orchestra della Fenice, soprattutto nelle parti solistiche, dal basso continuo al clarinetto, al corno di bassetto (il bravissimo Vincenzo Paci). Difficile trovare direttori così versatili in grado di conservare sempre coerenza e unità generale, soprattutto quando la partitura è attraversata da numerosi recitativi.

Si pone quindi il problema ricorrente del cast più adeguato, non solo per quest’opera, ma per tutta la musica del Settecento, sia per le attitudini necessarie nella recitazione che per la complessità e l’estensione vocale richieste, presentando in questa produzione alcune disomogeneità. Spicca su tutti Cecilia Molinari (Sesto), per la ricchezza coloristica, l’intensità lirica ma anche le sfumature delicate e i cambi d’umore nei vari registri, senza alcuna caduta di tensione. Molto apprezzata Francesca Aspromonte (Servilia) per la varietà di tinte, affine a un certo repertorio barocco. Omogenea e a tratti eccessiva la vocalità di Anastasia Bartoli (Vitellia), più protesa verso l’opera dell’Ottocento. Problematiche la dizione e l’articolazione in Daniel Behle (Tito), carico di impeto drammatico ma fra rigidità non ben risolte. Assai vivace ma ordinaria la prova del sopranista Nicolò Balducci (Annio), fra alcune incertezze; statica la presenza vocale di Domenico Apollonio (Publio). Lunghi applausi con ovazioni mentre piovono volantini a sostegno delle recenti proteste dell’orchestra.

Mirko Schipilliti

Foto: Michele Crosera

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