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Il dramma dei femminicidi nel dittico inaugurale del Massimo di Palermo

25/11/2025 | Rivista Musica

RACHMANINOV Aleko E. Azizov, C López Moreno, P. Kolgatin, P. Naydenov, T. Nicoletti LEONCAVALLO Pagliacci B. Jagde, C. López Moreno, E. Azizov, M. Mezzaro, G. Castillo; Orchestra, Coro, Coro di voci bianche e Corpo di ballo del Teatro Massimo, direttore Francesco Lanzillotta maestro del coro Salvatore Punturo regia Silvia Paoli scene Eleonora De Leo costumi Ilaria Ariemme luci Fiammetta Baldiserri coreografie Daisy Ransom Phillips

Palermo, Teatro Massimo, 21 novembre 2025

A Palermo la chiamano carnezzeria. Nel resto d’Italia si chiama macelleria. Ed è a un’autentica mattanza che si assiste, attoniti, per lo spettacolo inaugurale della stagione lirica del Teatro Massimo di Palermo: quella dei femminicidi, un’emergenza sulla quale è sempre urgente richiamare l’attenzione. L’occasione è un dittico di atti unici, il più raro Aleko di Sergej Rachmaninov, in prima esecuzione italiana in forma scenica, accanto ai ben più celebri Pagliacci di Ruggero Leoncavallo: evento prezioso per riflettere, peraltro, su uno strano cortocircuito nella drammaturgia musicale europea fin de siècle, visto che neanche un anno separa i due titoli, rappresentati per la prima volta rispettivamente a Mosca, nella primavera del 1893, e al Dal Verme di Milano il 21 maggio del 1892: così lontani, praticamente identici.

È singolare, peraltro, come la storia del teatro, in certi momenti, segua percorsi apparentemente distanti ma in realtà vicinissimi, prossimi, addirittura tangenti. Pochi giorni di distanza hanno infatti separato il debutto milanese dell’ultimo, icastico spettacolo di Emma Dante, L’angelo del focolare, tuttora in scena al Piccolo Teatro di via Rovello, e il dittico palermitano, firmato da Silvia Paoli, regista come poche altre engagée nella tutela dei diritti umani. L’uno e l’altro, infatti, si aprono con un terrificante scannatoio: lui ammazza lei, al proscenio, sotto un cono di luce che raggruma la violenza inaudita di dieci, venti, infinite coltellate. L’azione scaturisce da questo raccapricciante flashforward, anticipando la catastrofe dei due spettacoli, che hanno un soggetto molto simile, quasi a voler sancire quanto le storie di coltello dell’ultimo decennio del secolo derivino tutte dal desiderio di libertà di Carmen come dall’esplosiva miscela di gelosia e vendetta della truculenta Cavalleria rusticana. Tutti nipotini della gitana e di compare Turiddu, nell’ultimo scorcio dell’Ottocento, ma anche ai giorni nostri: lo conferma l’interminabile elenco di oltre 70 vittime – tante sono le morti per femminicidio, dall’inizio dell’anno a oggi – con cui la regista toscana sigla il momento più alto dello spettacolo, l’Intermezzo dell’opera di Leoncavallo: sul tulle che chiude la scena, nomi e cognomi vengono scolpiti in bianco e nero, uno dopo l’altro, in un silenzio agghiacciante, interrotto solo dal lungo, interminabile applauso del pubblico. Palermo fa girare la ‘corda civile’, quando uno spettatore invita il pubblico ad alzarsi, e una standing ovation coglie in pieno il significato dell’operazione: quando il teatro si mette in ascolto della società che lo circonda e ne orienta la riflessione.

Ma tutto questo si innesta su una riflessione ben più ampia e, se possibile, ancor più agguerrita, sulla materia trattata: Maria Chiara Pellitteri – il doppio di Zemfira, trafitta dalle pugnalate all’inizio dell’opera – rimane sulla scena per l’intera durata dei due spettacoli: con il suo abitino che sembra a fiori, mentre si tratta delle macchie rosse di sangue provocate dall’omicidio, sarà sorella nel dolore della zingara, protagonista di Aleko, come di Nedda, alla quale farà indossare il costume per lo spettacolo, nella seconda parte di Pagliacci. È vittima, ma al tempo stesso testimone silenziosa di questo terribile memento, che – con un approccio forse fin troppo didascalico – attraversa l’intera narrazione: prima che si alzi il sipario, in cui la musica cede il passo ad alcuni versi («L’ha colpita | con le forbici, | e le ha detto | ora risorgi») da Femminimondo (2011) di Alessandra Carnaroli, penna einaudiana di grande forza sperimentale, per la prima opera; o, per la seconda, a un breve estratto da Comizi d’amore (1964), documentario di Pier Paolo Pasolini in cui viene intervistato un giovane calabrese che riafferma con forza le ragioni del delitto d’onore sul divorzio, che lascia l’uomo «cornuto». Considerazioni, tutte, che vengono riassunte in una delle più terribili affermazioni di Canio («L’uom riprende i suoi dritti, e ‘l cor che sanguina | vuol sangue a lavar l’onta») e che fanno emergere una delle più tragiche costanti del pensiero maschile.

È ambientata nel passato, Aleko, in una cava polverosa popolata di revenant, in cui sono sepolte le macerie del racconto, disvelate a mano a mano che dei veli trasparenti rivelano una vasca da bagno, dove un Vecchio zingaro racconta la storia della sua famiglia; e poi progressivamente le altre zone della casa di Aleko e Zemfira, un living dominato dalla presenza di una televisione, l’immancabile camera da letto, un tavolo con le sedie. La medesima ambientazione, tirata a lucido, sarà lo sfondo al luminoso presente della recita di Pagliacci, quasi a suggellare la circolarità dei due atti. Particolarmente fitta è la rete di rimandi che legano le due opere: il più suggestivo è la fiaccolata che accompagna l’inno alla luna nell’opera di Rachmaninov e il coro delle campane in quella di Pagliacci, intonato da un coro alla greca, nerovestito, che poi prenderà posto sugli spalti della scena – firmata da Eleonora De Leo – per assistere alle due tragedie. Il pink team di Paoli, che comprende anche la costumista Ilaria Ariemme, la light designer Fiammetta Baldiserri e la coreografa Daisy Ransom Phillips, firma uno spettacolo di cui si ammira l’incandescente direzione attoriale, piegata a un Konzept illustrato con rara chiarezza d’intenti: il finale di Aleko ne rimane la cifra più commovente, quando il cadavere di Zemfira viene lentamente ricoperto di fiori deposti da donne che appartengono alle maestranze del teatro, fino a formare un tumulo fatto di tristezza, rimpianti, rimorsi.

Una scena di Aleko

Non meno interessante, tuttavia, è la riflessione musicale che propone la bacchetta di Francesco Lanzillotta, chiamato a dirigere due partiture apparentemente così dissimili. Da una parte si pone infatti un Rachmaninov giovane e giovanile, che predilige le danze, di stampo borodiniano, a una drammaturgia fin troppo esile ed essenziale, fin troppo incline ad assecondare la tranche de vie immaginata dal librettista, un Vladimir Ivanovič Nemirovič-Dančenko ancora alle prime armi e ben lontano dalle esperienze del Teatro d’Arte di Mosca. Fa bene, dunque, il direttore romano a indulgere a una cifra tardo-romantica vicina alla musa čajkovskijana: quando immerge l’intera vicenda in una tinta calda, morbida, affettuosa, intrisa di quello spleen impastato di dolore e di nostalgia, di un senso di inesorabilità che trova riscontro negli impasti torniti degli ottoni. Questo gli consente, peraltro, di mettere in risalto la luminosa vena melodica di Rachmaninov, che qui raggiunge vertici di straordinaria espressività nella celeberrima cavatina del protagonista come nella serenata dell’amante, il Giovane zingaro. Ma anche Pagliacci vengono sottratti al carrozzone di facili effetti che spesso li accompagnano: Lanzillotta preferisce puntare su una visione scabra, asciutta, essenziale, che trasforma le buffonerie della recita in una visione surreale, ma che soprattutto provvede ad accostare Leoncavallo alla temperie musicale che lo circonda: il Duetto tra Nedda e Silvio, per esempio, sembra uscito dalla penna di Tosti, tanto arabescata ed elegante, ma al tempo stesso torbida e travolgente, risulta l’ispirazione di Leoncavallo.

Sulla scena, un’unica compagnia – seppur con le relative declinazioni – è impegnata nei due titoli. A far da corona è la compattezza e l’omogeneità del Coro del Teatro, istruito da Salvatore Punturo, cui fa da contrappunto la spontaneità efficace e puntuta delle Voci bianche, insieme ai due Contadini di Antonio Barbagallo e di Gianmarco Randazzo nell’opera di Leoncavallo. Aleko viene inaugurato dal potente racconto del Vecchio zingaro di Petar Naydenov, presenza imponente e dolente nella magnifica proiezione di una voce tipicamente slava. Brilla lo strepitoso Giovane zingaro di Pavel Kolgatin, tenore dalla voce luminosa, dallo squillo radioso, dal timbro seducente come l’avvenente tratto scenico: è l’unico raggio di sole e di speranza in una vicenda per il resto immersa tra le tenebre nella notte. Meno interessante il contributo di Teresa Nicoletti, Vecchia zingara chiamata a suggellare la storia, decisamente in tono minore. Pagliacci sono dominati dalla presenza di Brian Jagde, che al momento ha pochi rivali in questo repertorio. L’ampiezza dello strumento, il controllo dell’emissione, la brutalità della vis scenica, forse accentuata dalla regia, ne fanno un interprete eloquente di Canio, ma sempre un po’ ai margini delle esigenze espressive del ruolo: accolto da applausi di cortesia, «Vesti la giubba» rimane infatti piuttosto anonimo, privo di quell’empatia che il frangente richiede. Molto persuasivo è invece il Silvio di Gustavo Castillo, amante appassionato ma sempre rigoroso nel controllo della materia vocale, così come Matteo Mezzaro, che dopo il trionfale Malatestino sabaudo si conferma irrinunciabile Peppe: talmente elegante è la linea di canto della serenata di Arlecchino, che sembra occhieggiare al Tanzlied di Pierrot in Die tote Stadt di Korngold, solo molto più ironica nei panni di un prestante meccanico che desidera sedurre l’avvenente Colombina.

Pagliacci

Conquistano l’uditorio i due protagonisti degli spettacoli. Più a suo agio in Rachmaninov che in Leoncavallo, com’era facile prevedere, Elchin Azizov cerca in Aleko il giusto equilibrio tra la gretta brutalità, che il ruolo gli impone, e l’adesione a una scrittura musicale che invece richiede esattamente il contrario: morbidezza di emissione, raffinatezza quasi liederistica, slancio melodico. La sua Cavatina rappresenta il vertice musicale di una prova gestita con intelligenza e musicalità, tanto quanto il suo Tonio, poco dopo, rende giustizia a una presenza scenica, prima che vocale, misurata ed efficace. Trionfatrice della serata è Carolina López Moreno, al suo debutto palermitano: l’aiuta certo un fisico perfettamente adeguato ai due ruoli, ma soprattutto la ricchezza di armonici che valorizza un timbro di rara bellezza. L’omogeneità lungo tutti i registri, la spavalda sicurezza in quello acuto, la vibrante partecipazione scenica rendono trepidante la sua Zemfira, avida di libertà, tanto quanto Nedda sembra poi condannata da una sorta di lugubre, ineluttabile coazione a ripetere. Attrice carismatica, sembra quasi che rappresenti sempre lo stesso ruolo, che quasi ne segua lo stesso esito predefinito: le donne riusciranno mai a sfuggire a questo triste destino?

Giuseppe Montemagno

Foto: Rosellina Garbo

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