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A Genova Luciano Ganci illumina la Sicilia arcaica di Cavalleria rusticana

19/11/2025 | Rivista Musica

Nino Chikovani (Lola), Luciano Ganci (Turiddu) e Veronica Simeoni (Santuzza)

MASCAGNI Cavalleria rusticana Veronica Simeoni, Luciano Ganci, Gëzim Myshketa, Manuela Custer, Nino Chikovani; Orchestra e Coro dell’Opera Carlo Felice, direttore Davide Massiglia regia Teatrialchemici – Luigi Di Gangi e Ugo Giacomazzi scene Federica Parolini costumi Agnese Rabatti luci Luigi Biondi

Genova, Teatro Carlo Felice, 16 novembre 2025

Per considerare significativa la riproposta di un’opera di repertorio, oggigiorno si dà sovente la priorità ad altri aspetti, in primis ovviamente alla visione registica; ma non va mai sottovalutato l’impatto teatrale (e anche sensuale) di una voce proiettata con naturalezza, smalto e squillo; di un interprete eloquente, capace di infondere verità drammatica al personaggio che rappresenta. È ciò che Luciano Ganci ha apportato a questa ripresa “in solitaria” di una Cavalleria rusticana già proposta a Genova nel 2019, in cui il tenore romano ha impersonato un Turiddu appassionato nella Siciliana, animoso ma non privo di rimorsi (e forse ripensamenti) nel Duetto con Santuzza, luminoso e inebriante, ancor più che inebriato come da richieste registiche, nel Brindisi. Interessante anche la direzione di Davide Massiglia, raffinata nella concertazione ma anche capace di aderire senza riserve ai forti contrasti di una partitura che affianca perentoriamente e ripetutamente i più che fortissimo ai pp dolcissimo; si riscontra nel fraseggio del giovane assistente di Donato Renzetti (direttore emerito del Carlo Felice) una personalità evidente in sottolineature come gli accentuati portamenti degli archi al termine di “Gli aranci olezzano”, oppure l’allargando molto marcato in cui viene convertito il poco ritenuto a “t’ama e perdona” nel duetto tra Santuzza e Turiddu. Meno convincente, in verità, l’anomala articolazione ritmica del Brindisi, dove il consueto ritenuto prescritto dallo spartito (e seguito anche da Mascagni stesso, sia nella registrazione live dall’Aja che in quella in studio del 1940) veniva osservato soltanto su “Viva” e non su “che ci”, sortendo un curioso effetto claudicante, che forse intendeva assecondare l’ebbrezza in scena. Ma in generale la visione di Massiglia, al netto di qualche scollamento tra buca e palcoscenico, appariva guidata da una freschezza assai benvenuta.

Veronica Simeoni impersonava efficacemente la Santuzza tragica e arcaica prevista dall’allestimento: la sua vocalità risultava suggestiva nel registro centrale, ma nell’ottava acuta andava incontro a durezze e sbandamenti che ne minavano l’incisività drammatica, ad esempio nel duetto con Alfio, dove si sono ascoltati suoni non proprio belli nella riesposizione acuta di “Turiddu mi tolse, mi tolse l’onore!” e sul portamento di ottava ascendente a “il labbro mio non è!”. Qualche legnosità negli acuti caratterizzava anche il canto, per il resto assai compatto, di Gëzim Myshketa, capace però di rendere umano il suo Alfio grazie a sfumature come il trasalimento ad “Ah, nel nome di Dio, Santa, che dite?” o come un lugubre “c’intenderemo bene, a quel che pare!” nel confronto con Turiddu. Nino Chikovani era una Lola attraente, abito candido e voce scura; Mamma Lucia in questo allestimento è onnipresente, e Manuela Custer ha saputo ben trasmetterne il carattere empatico.

Lo spettacolo era ambientato in una piazza siciliana al cui centro campeggiavano i resti di un antico anfiteatro, contornato da una schiera (revisione dei vecchi, gloriosi fondali dipinti!) di palazzi poveri e grezzi: una struttura scenica che si comprende meglio considerando che in origine doveva adattarsi anche a Pagliacci, che sei anni fa venivano presentati nel consueto “ticket” con Cavalleria. La foggia degli abiti suggeriva uno spostamento della vicenda più o meno un secolo in avanti, ma è fattore secondario rispetto alla visione quasi primordiale della vicenda che improntava in vario modo l’allestimento (che a dire il vero sembrava più che altro pensato un po’ in economia). La messinscena sfuggiva per lo più a una lettura scontatamente oleografica, ma senza risultare veramente efficace nel seguire l’originale drammaturgia “cinematografica” ante litteram che, con l’inventiva dei suoi ventisei anni, Mascagni aveva congegnato per il suo debutto operistico: intensi bozzetti contornati in dissolvenza da interludi sinfonici o corali, e nei quali il canto fuori scena espande suggestivamente gli eventi vissuti sul palcoscenico.

Nonostante la concomitante allerta meteo, il pubblico è convenuto numeroso anche alla recita domenicale, dopo una Prima sold out. Non ha destato grandi resistenze, dunque, il fatto che l’atto unico sia stato proposto da solo, anziché in sinergia con un altro titolo come consuetudine. Non è certo d’obbligo l’usato accostamento con l’opera di Leoncavallo, ma a volte la popolarità del capolavoro mascagnano è risultata utile a “trainare” un titolo meno o per nulla frequentato: a Genova in un’occasione non lontana, ad esempio, è stato affiancato da La voix humaine di Poulenc, e in un’altra da un’opera nuova di Marco Betta.

Roberto Brusotti

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