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My sixties in jazz. Intervista a Nicola Mingo

9/12/2025 | Jazzit

9 dicembre 2025

Il chitarrista Nicola Mingo ha festeggiato i suoi sessant’anni di età e uno tra i periodi più floridi del jazz con l’album “My sixties in jazz”, pubblicato dall’etichetta AlfaMusic, che rappresenta una summa della sua vita artistica e delle sue passioni musicali, in particolare quella per il bebop e l’hard bop, interpretate sempre con una cifra stilistica unica e personale. In questa intervista ci racconta la sua storia e questo nuovo interessante progetto discografico.

Ciao Nicola e bentornato su Jazzit! Con il tuo ultimo album “My sixties in jazz” hai festeggiato i tuoi sessant’anni e parallelamente anche gli anni Sessanta del jazz, un periodo di grande fermento e sperimentazione dal punto di vista sia sociale che artistico. Come sono trascorsi allora questi tuoi sessant’anni in jazz? Com’è nata la passione per questo genere e per la chitarra e come si è poi evoluta la tua storia musicale?
Gran bella domanda e sono ben contento di rispondervi per far conoscere meglio la mia storia a tutti i lettori di Jazzit. Allora io nasco nel 1963 e i miei genitori suonavano tutti e due il pianoforte, non erano musicisti di professione ma entrambi studiavano musica classica e le note del pianoforte le ho sentite fin da piccolo; ricordo brani di Chopin, Liszt, Bach e molta musica melodica, inoltre, essendo entrambi appassionati, ascoltavano tantissima musica leggera dell’epoca, degli anni Sessanta, sia italiana che straniera. Quando avevo solo sei anni regalarono a me e ai miei fratelli delle chitarre, marca Carmelo Catania, di produzione italiana, e iniziò così la mia avventura in musica. Io avevo un mangiadischi e riproducevo molto fedelmente tutto ciò che ascoltavo, di cui tanta musica italiana, e soprattutto imparavo subito gli accordi delle canzoni; a otto anni mi esibii per la prima volta nel teatrino della scuola elementare e a undici anni mio padre organizzò in un albergo di Marina del Cantone una mia esibizione di fronte a una cinquantina di persone della sua età. A tredici anni ho iniziato a prendere lezioni di teoria e solfeggio, ma la cosa più importante è che ho cominciato ad ascoltare George Benson, Wes Montgomery, Charlie Parker, Dizzy Gillespie e Clifford Brown, appassionandomi alla chitarra e al linguaggio del jazz. In seguito ho intrapreso lo studio della chitarra classica con maestri storici del Conservatorio di San Pietro a Maiella a Napoli come Francesco de Sanctis, Raimondo di Sandro e Alfredo Combattente, e ho seguito per molti anni i corsi della Duke University e della Berklee School a Umbria Jazz, dove ho avuto la possibilità di esibirmi più volte e di studiare e approfondire il linguaggio afroamericano con grandissimi didatti e musicisti come Paul Jeffrey, sassofonista tenore e direttore dei corsi della Duke University, Terence Blanchard, Kevin Eubanks, Jimmy Cobb, Harold Mabern e in seguito i corsi alla Berklee del direttore Lerry Monroe, di Gary Burton, Bill Pierce e tante masterclass con grandi chitarristi come Jim Hall, Joe Diorio, Mick Goodrick, John Abercrombie, Joe Pass, John Scofield e tanti altri con i quali ho avuto modo di crescere e sperimentare le mie idee musicali. Dal 1985 ad oggi sono trascorsi ben quarant’anni di carriera, in cui mi sono diviso tra concerti in grandi festival jazz, incisioni discografiche e masterclass didattiche sullo stile dei più illustri protagonisti della storia del jazz e ho festeggiato alla grande i miei “Sixties in jazz” pubblicando con Alfa Music questo mio nuovo lavoro discografico.

Quali musicisti in particolare hanno avuto maggiore influenza sul tuo modo di suonare?
A tredici anni ho ascoltato George Benson, era il 1976 ed erano usciti i suoi album “Weekend in L.A.” e “Breezin’”, e rimasi folgorato dal fraseggio di George (che in seguito ho anche conosciuto di persona e che ha apprezzato la mia musica, e di questo sono molto fiero); mi sono in tal modo appassionato alla chitarra jazz e al linguaggio di questo genere attraverso le radio americane che lo trasmettevano e in particolare grazie a Wes Montgomery, John Coltrane, Charlie Parker, Dizzy Gillespie, Art Blakey e i Jazz Messengers. Così ho assimilato e metabolizzato il linguaggio del jazz dal punto di vista uditivo, non sapendo che questo è un ottimo sistema di apprendimento denominato “ear training”. In seguito, con la consapevolezza acquisita al Conservatorio attraverso tutti gli studi di chitarra classica, teoria musicale, armonia, solfeggio e, soprattutto, pratica strumentale dell’improvvisazione, ho creato una mia cifra stilistica, prendendo spunto dal fraseggio dei solisti che avevo ascoltato.

Il disco, che rappresenta un tuo personale omaggio moderno e innovativo al linguaggio del bebop, oltre alla reinterpretazione di alcuni significativi standard dell’hard bop, contiene per la maggior parte tuoi brani originali: da cosa sei stato ispirato per comporli e come hai realizzato le improvvisazioni e gli arrangiamenti?
Ottima domanda alla quale rispondo con grande piacere. Io ho sempre avuto una certa facilità a comporre brani, fin da quando ho cominciato a suonare e pertanto già il mio primo lavoro discografico, “Walking” (Penta Flowers, 1993), realizzato con Flavio Boltro, Dario Deidda, Amedeo Ariano, Valerio Silvestro, Tony Ronga e Salvatore Tranchini, era composto da ben dieci pezzi originali tutti scritti da me; poi c’è stato “Modern Age” (Penta Flowers, 1996), con nove brani originali tutti di mia composizione, quindi con “Talkin’ Jazz”, (Red Records, 2001) ho iniziato a inserire le mie personali versioni di celebri standard di leggendari autori come John Coltrane, Sonny Rollins, George Russell, Charlie Parker, Wes Montgomery, Grant Green, Ray Noble, oltre a brani dedicati a grandi musicisti come Passion (Joe Pass), One For Us (Michel Petrucciani) e Blues for Grant Green, che è entrato di diritto nella compilation “Guitares Jazz” della prestigiosa casa discografica francese Wagram, accanto a solisti come George Benson, Grant Green, Wes Montgomery, Barney Kessel, Charlie Christian, Django Reinhardt, John Scofield, John McLaughlin, Paco de Lucia e tanti altri, ricevendo così la conferma del valore delle mie composizioni. Il mio quarto album “Guitar Power” (Philology, 2004), con Giorgio Rosciglione, Gegè Munari e Antonio Faraò, contiene tredici brani dei quali sei celebri standard come Impression, Here’s That Rainy Day, Unit Seven, Jingles, Polka Dots and Moonbeams e sette pezzi originali dedicati a straordinari artisti come Freddie’s Feel (Freddie Hubbard), Ray’s Blues (Ray Brown), To Wes (Wes Montgomery) e To Bird (Charlie Parker); da quest’ultimo omaggio ho maturato poi il progetto “Parker’s Dream”, un tributo al mitico Yardbird in guitar solo con mie versioni di sue mitiche composizioni come Confirmation, Antrophology, Scrapple from the Apple, Yardbird Suite, Now’s the Time, Billie’s Bounce e Cherokee, oltre a cinque mie composizioni originali. “We Remember Clifford” (Universal Music, Emarcy Records, 2011), con Antonio Faraò, Marco Panascia e Tommy Campbell, contiene undici brani e, oltre alla title track e Brown’s Blues, che sono un esplicito omaggio al genio di Clifford Brown, celebri composizioni di Brown come Daahoud, Sandu, Joy Spring e famosi standard come Jordu e The Blues Walk. Su “Swinging” (Universal Music, Emarcy Records, 2014) ho reso un esplicito omaggio allo swing componendo brani originali come My Bop, New Song, Swinging e Playing, e reinterpretando rinomati standard come So What (Miles Davis), Moody’s Mood For Love (James Moody), The Thumb e Road song (Wes Montgomery) e Ready and Able (George Benson). “Blues Travel” (Alfa Music, 2019), con Giorgio Rosciglione, Gegè Munari e Andrea Rea, rappresenta un omaggio al blues e in particolare alla Blue Note Records e al Blue Note’s Sound della mitica etichetta discografica di Alfred Lion e Rudy Van Gelder, e contiene tredici brani dei quali sei standard come Wayne’s Blues (Harold Mabern), Speak Low (Kurt Weill), Minah Bird Blues (George Benson), There is no Greater Love (Isham Jones), Lotus Blossom (Kenny Dorham) e sei originali, To Pinot (dedicato a Pino Daniele), Wes Blues (a Wes Montgomery), New Step (a Freddie Hubbard) e Art’s Legacy (ad Art Blakey). “My Sixties in Jazz” nasce durante i tre anni di pandemia: dal 2020 ho composto otto brani originali come Bopping (un chiaro omaggio al bebop e al suo linguaggio, ispirandomi al mitico brano Bebop di Dizzy Gillespie), Flying (ispirato a composizioni come Woody ‘n’ You di Dizzy Gillespie e Oblivion di Bud Powell), Bachian Blues (un mio modo di coniugare il mood di Bach con il Minor Blues), D Modern Blues (influenzato dal D Natural Blues di Wes Montgomery), Neapolitan Blues (come aveva già fatto il grande Pino Daniele, un connubio tra melodia napoletana e blues, però in chiave jazzistica hard bop), Dog Song, un bebop tune dedicato al mio cane, My Guitar Solo, nello stile polifonico di Joe Pass nel Guitar Style, con canto basso e armonia, e infine un brano melodico composto nel 1991, L’Alba dalla Notte, che è perfettamente in linea con tutto il progetto. Ho inserito inoltre quattro standard della migliore tradizione dell’hard bop come One by One di Wayne Shorter e Two of a Kind di Terence Blanchard, che rappresentano il manifesto dell’hard bop di Art Blakey e dei Jazz Messengers dagli anni Sessanta in poi e le mie personali versioni di Confirmation (Charlie Parker) e This Masquerade (Leon Russell). L’ispirazione nata durante gli anni della pandemia si è poi concretizzata nel 2023 con un meticoloso lavoro di scrittura di tutte le parti da eseguire e degli arrangiamenti che, come nella migliore tradizione del jazz, con il canovaccio già scritto dal leader, sono stati realizzati in sala d’incisione con tutti i musicisti che hanno dato un apporto determinante e decisivo al sound dell’album.

Come hai scelto i musicisti con cui hai condiviso questo tuo nuovo capitolo musicale?
Dopo i tre anni di pandemia, ultimato il lavoro di scrittura, ho scelto tre grandi musicisti, e soprattutto amici storici, come Pietro Iodice alla batteria, Pietro Ciancaglini al contrabbasso e Francesco Marziani al pianoforte, e così il lavoro si è concretizzato in un concerto di presentazione all’Alexanderplatz Jazz Club a Roma e in due giorni di registrazione full time negli studi dell’Alfa Music di Fabrizio Salvatore e Alessandro Guardia, rispettivamente produttore e ingegnere del suono della casa discografica. Il lavoro è andato magnificamente a buon fine e l’album ha riscosso grande consenso dalla parte della critica e del pubblico.

Come definiresti la tua musica dal punto di vista stilistico, tecnico e compositivo per evidenziare l’essenza della tua poetica?
La mia musica è rappresentata da una cifra stilistica ormai ben precisa, che pur ispirandosi ai grandi solisti del jazz ha assunto una sua connotazione vera e propria. Stilisticamente parlando il “Mingo Style” deve molto al sound di chitarristi come Wes Montgomery, George Benson, Joe Pass, Barney Kessel, Grant Green, Pat Martino, Kenny Burrell e a leggendari musicisti come Charlie Parker, Dizzy Gillespie, Clifford Brown, Oscar Peterson, Freddie Hubbard e tanti altri. Tecnicamente sono un musicista molto accademico e ferrato, ho studiato veramente tanto, chitarra, chitarra classica e jazz, armonia, teoria, solfeggio, composizione e soprattutto tecniche di improvvisazione estemporanea, ossia la capacità di creare musica all’istante, che caratterizza particolarmente l’essenza della mia poetica e del mio mood musicale. La poetica credo che esista a prescindere, ossia è un mio particolare mood che si esprime molto meglio se si possiede un grande bagaglio di preparazione musicale, di conoscenza, di pratica e di esperienza acquisita negli anni con i concerti e soprattutto grazie al confronto con gli altri musicisti e con il pubblico.

L’album è stato pubblicato dall’etichetta AlfaMusic, con cui hai realizzato anche altri progetti: ci puoi raccontare come si è svolta la fase di registrazione del disco?
L’album è stato magnificamente realizzato a Roma negli studi AlfaMusic di Alessandro Guardia e Fabrizio Salvatore, i miei produttori discografici, e devo dire che l’atmosfera che si è creata in quei due giorni di registrazione è stata veramente magnifica e mi ha consentito di realizzare il progetto nel migliore dei modi, con una grande assistenza tecnica da parte di Alessandro Guardia e un coinvolgimento musicale totale da parte dei musicisti Pietro Ciancaglini, Pietro Iodice e Francesco Marziani, nonché grazie al validissimo apporto del fotografo e video maker Riccardo Romagnoli che ha ripreso e fotografato i momenti chiave di My Sixties in Jazz; con questi presupposti è nata una nuova opera nella quale credo totalmente e che rappresenta il mio attuale progetto artistico.

Che tipo di riscontro hai avuto dal pubblico presente alle tue performance live in cui hai presentato il disco? Che emozioni provi quando proponi la tua musica dal vivo?
Ho cominciato molto presto a esibirmi in pubblico e dopo tanti anni di concerti in jazz club, festival e manifestazioni importanti, il mio pubblico mi segue sempre con molto interesse e passione, e questo è per me motivo di grande gratificazione, soprattutto perché è una conferma del mio operato avvenuto nel corso della mia carriera e dei quarant’anni di attività, dal 1985 ad oggi. L’emozione è sempre presente ed è pressoché la stessa di quarant’anni fa. La più grande soddisfazione dopo un bel concerto è che il pubblico ti chieda di autografargli l’album e anche di fare una foto insieme, questo a me fa sempre molto piacere e mi gratifica tanto.

Cosa ti rende particolarmente felice e orgoglioso di questo disco? E cosa aggiunge al tuo percorso umano e artistico?
La cosa importante di questo disco, che nasce durante il difficile periodo della pandemia, è che sia riuscito a concretizzare le mie idee musicali sviluppatesi in quegli anni in un progetto che rappresentasse perfettamente i miei sessant’anni di vita in musica, espressi in una chiave personale e moderna, attraverso il mood del jazz degli anni Sessanta e soprattutto dell’hard bop. Per quanto riguarda il mio percorso umano e artistico rappresenta un’opera che testimonia un preciso istante della mia vita musicale e aggiunge un nuovo tassello alla mia carriera.

Tu sei notoriamente amante, oltre che del jazz, anche dello swing e del blues: cosa rappresentano per te questi generi?
La musica è una e i generi servono solo per catalogare le diverse categorie musicali; come diceva il mitico Duke Ellington la distinzione reale è solo tra buona e cattiva musica. Detto questo credo che ormai, a un secolo effettivo dalle origini del jazz, si possano pure trarre delle conclusioni. Il bebop nasce grazie all’opera di grandi geni come Charlie Parker, Dizzy Gillespie, Bud Powell etc. che studiavano notoriamente musica classica e attingevano da Bach, Igor Stravinsky e molti altri compositori dei primi del Novecento; inoltre Charlie Parker era di Kansas City, la patria del blues, e lo swing imperava nelle orchestre degli anni Venti e Trenta. Tutti questi generi convivono nella parola jazz: il blues rappresenta il leitmotiv della musica afroamericana, lo swing è inteso come pulsazione ritmica e metrica e ha un ruolo fondamentale nello sviluppo del jazz; tutti questi elementi si fondono per creare un sound, un mood che caratterizza il linguaggio dei musicisti jazz. Inoltre io essendo napoletano mi sento un po’ “nero a metà”, quindi il blues mi appartiene etnicamente parlando e lo swing è un elemento fondamentale che caratterizza la mia cifra stilistica, tanto da aver dedicato un intero album allo swing, “Swinging”, e uno al blues, “Blues Travel”.

E quali sono invece i tuoi prossimi obiettivi e i progetti per il futuro?
Veramente tanti. Nell’immediato sto presentando “My Sixties in Jazz” in diversi concerti e festival; poi sto lavorando a un nuovo progetto discografico e a un lavoro didattico, oltre al mio costante impegno con Vatican News nella trasmissione “Zoom” di Luigi Picardi, dove stiamo realizzando degli interessanti focus sui grandi protagonisti della storia del jazz; vi terrò aggiornati sui prossimi step nei miei canali social Facebook, Instagram e YouTube, dove sono molto presente con tutta la mia produzione musicale. Un caro saluto a tutti voi di Jazzit e ai lettori di questa storica rivista. Grazie per lo spazio che mi avete dedicato e sempre all the best!

L’articolo My sixties in jazz. Intervista a Nicola Mingo proviene da JAZZIT MAGAZINE – BIMESTRALE DI MUSICA JAZZ.

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