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Le interviste da Chiavari in Jazz di Rosario Moreno – Enrico Pieranunzi

30/12/2025 | Jazzit

30 dicembre 2025

Enrico Pieranunzi: l’arte dell’inaspettato. Tra lirismo, improvvisazione e rispetto assoluto per la musica

Da decenni Enrico Pieranunzi rappresenta con eleganza e coerenza il volto migliore del jazz italiano nel mondo. Ha attraversato stagioni, stili e collaborazioni memorabili senza mai perdere la sua cifra poetica: un lirismo riconoscibile al primo accordo, capace di unire la profondità della tradizione europea con la libertà dell’improvvisazione jazzistica. A Chiavari in Jazz 2025 ha incontrato sul palco Michele Polga, sassofonista di grande intensità, in un dialogo che ha regalato al pubblico sfumature, contrasti e convergenze sorprendenti. In questa intervista Pieranunzi racconta il suo modo di vivere il palco, la musica e il presente del jazz.

Hai suonato in tutto il mondo, inciso decine di dischi e collaborato con grandi musicisti. Oggi cosa ti incuriosisce ancora quando sali su un palco?
La possibilità di inventare qualcosa che non ho mai sperimentato prima, di vivere l’inaspettato, che in qualche modo, grazie all’interazione con gli altri musicisti e con il pubblico, arriva sempre. Ed è ogni volta una grande gioia…

A Chiavari avete presentato un dialogo tra il tuo pianoforte e il sax di Michele Polga: cosa ti aspetti ancora da questo incontro musicale?
Molto. Michele rappresenta un tipo di musicista non meccanico, non “prefabbricato”, con lui tutto è improntato sul feeling, è un artista in un certo senso all’antica… quindi va bene con me.

La tua musica è spesso descritta come un ponte tra lirismo europeo e improvvisazione americana. Come definiresti oggi il tuo linguaggio?
Lo lascio definire agli altri… Sarebbe troppo complicato, ci sono troppi riferimenti, influenze, esperienze mescolate in modo spesso inestricabile. Comunque l’espressione che hai riportato tu mi piace, è una buona sintesi.

Photo Credit To Roberto Cifarelli

In molti tuoi lavori c’è una forte attenzione alla melodia: per te è un punto di partenza o di approdo dell’improvvisazione?
Un punto di partenza, certamente. Ci sono brani che ho scritto (e anche alcuni, pochissimi, brani americani che ancora suono) in cui il fascino della melodia, il clima creato dalla linea del canto è così potente che improvvisarci sopra neanche mi interessa più di tanto. Il “racconto” è già tutto nella melodia. A quel punto diventa fondamentale l’interpretazione, un aspetto spesso trascurato del jazz o della musica improvvisata.

Credi che esista ancora un “confine” tra musica classica e jazz, o questi mondi sono ormai parte di un unico discorso creativo?
Sicuramente i due mondi si sono molto avvicinati l’uno all’altro… poi per un pianista è quasi impossibile non avere contatti con entrambi. Però credo che l’oralità della musica, l’improvvisazione, quella ricerca di ciò che non conosci di cui ti parlavo all’inizio rendano tuttora le due “filosofie” musicali “straniere” l’una nei confronti dell’altra. Nella fase della composizione peraltro l’affinità tra musica classica e jazz può essere certamente molto forte e i punti di contatto tra i due linguaggi possono essere numerosi.

Hai suonato con giganti come Chet Baker e con giovani talenti italiani: cosa ti stimola maggiormente oggi, il dialogo con i maestri o con le nuove generazioni?
Quest’ultimo di sicuro. Anche perché di giganti di quella levatura in giro purtroppo non ce ne sono molti, se ci sono. I giovani musicisti hanno un rapporto più fluido, disinibito con la tradizione. Lo scambio con loro è sempre fresco e aperto in ogni direzione.

Tra le tante incisioni e progetti, ce n’è uno che consideri ancora “irrisolto” e a cui vorresti tornare?
No, in genere guardo avanti, cerco di sintonizzarmi su cose sempre nuove, però mi piacerebbe, a quasi vent’anni di distanza, riprendere l’album “Enrico Pieranunzi Plays Domenico Scarlatti” e rifarlo in modo del tutto diverso, forse allargandolo a organici più ampi. La musica del Maestro è una fonte infinita di vita e di fantasia.

Qual è l’insegnamento più grande che hai ricevuto nella tua carriera?
Il rispetto profondo, totale, per la musica. Sembra banale ma questo implica un mondo di cose: presenza, attenzione a sé e a quello che hai intorno, costante tensione verso il bello e soprattutto tanta umiltà.

Come vedi la scena jazz italiana attuale rispetto ai tuoi inizi?
Splendida per quanto riguarda i talenti in giro e il livello dei giovani musicisti. Molto meno per quanto riguarda le loro possibilità di attività e visibilità. Il contesto è micidiale e non favorisce di sicuro… Però i vari movimenti associativi in cui il jazz italiano si è strutturato negli ultimi anni mi sembrano molto dinamici ed efficaci e i giovani sono ben supportati.

Photo Credit To Roberto Cifarelli

In un mondo che corre veloce il jazz resta una musica che richiede tempo e ascolto. Come si potrebbe educare un nuovo pubblico a questo tipo di esperienza?
La vedo dura. Tutti sappiamo che a causa della tecnologia i tempi e i modi della percezione sono ormai irreversibilmente mutati. Nulla di nuovo rispetto al passato, la tecnologia ha sempre influenzato massicciamente i processi di evoluzione/involuzione del linguaggio musicale e la sua fruizione, è inevitabile. Però recuperare quel tipo di ascolto e di rapporto con i suoni e con il loro tempo a cui tu accennavi non mi sembra realisticamente possibile. Tutto va nella direzione opposta…

Quando ti siedi al pianoforte pensi più a raccontare te stesso o a creare uno spazio di condivisione con chi ascolta?
Il pianoforte è uno strumento strano: ti consente un certo isolamento che paradossalmente ti mette maggiormente in relazione con il pubblico. In altri termini più sei solo (coi tuoi suoni) e più sei insieme agli altri e puoi raccontarti. D’altra parte questo “stare solo/stare con” è un equilibrio molto fragile che cambia continuamente durante una performance. Ti devi lasciar andare al flusso del momento…

C’è una domanda che rivolgo a tutti i musicisti di questa edizione di Chiavari in Jazz: ogni concerto vive del dialogo tra musica, luogo e persone. Quali impressioni ti ha lasciato Chiavari in Jazz e quali emozioni hai vissuto nel suonare in questa cornice?
Ho trovato la cornice bellissima e il pubblico appassionato e partecipe. Per me e il nostro quartetto è stato uno dei concerti più piacevoli degli ultimi tempi.

Se potessi scegliere un musicista del passato con cui dialogare oggi al pianoforte chi sarebbe e perché?
A livello di “fiction” personale, tornando indietro con la macchina del tempo etc., mi piacerebbe fare anche solo un paio di chorus di blues con Charlie Parker perché… era Charlie Parker e il blues (a parte i primi rudimenti fornitimi da mio padre) ho cominciato a impararlo e amarlo profondamente grazie al suo suono nei primi dischi che ascoltavo da ragazzino. A livelli diciamo di rimpianto mi piacerebbe risuonare con Lee Konitz, era un artista straordinario, unico per onestà e creatività musicale. Qualche volta mi piacerebbe che i tanti momenti emozionanti in cui ho avuto la fortuna di condividere la musica con lui potessero tornare…

Le parole di Enrico Pieranunzi restituiscono la stessa limpidezza che troviamo nelle sue note: un invito a vivere la musica come dialogo autentico, come incontro tra sensibilità e mondi diversi. È questo lo spirito che ha attraversato Chiavari in Jazz 2025, rassegna capace di coniugare i grandi maestri e le nuove voci, offrendo al pubblico non solo concerti, ma esperienze di ascolto che restano nel tempo.

INFO

www.facebook.com/ChiavariJazz

 

 

L’articolo Le interviste da Chiavari in Jazz di Rosario Moreno – Enrico Pieranunzi proviene da JAZZIT MAGAZINE – BIMESTRALE DI MUSICA JAZZ.

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