
18 novembre 2025
Dopo dieci anni dalla prima pubblicazione, è uscita in Italia la versione rimasterizzata di “Fun Slow Ride” (Groove Master Edition), il celebre album del vocalist e polistrumentista Gegè Telesforo, prodotto per l’etichetta Ropeadope Records. “FunSlowRide” è un progetto corale scritto, arrangiato e prodotto da Gegè con la complicità del musicista vincitore di un latin Grammy Leo Sidran, in due intensi anni di lavoro tra Brooklyn, Madison, Londra e la campagna a nord di Roma. Il sound unico riflette perfettamente queste diverse ambientazioni, unendo la tranquillità della natura al fervore creativo delle grandi metropoli. L’album vede la partecipazione di oltre venti musicisti e cantanti di talento della nuova generazione, tra cui spiccano nomi come Alan Hampton, Joanna Teters, Sachal Vasandani, Moses Patrou, Ainè, Greta Panettieri, Ameen Saleem, Max Ionata, Alfonso Deidda e Pasquale Strizzi, oltre alla partecipazione di Ben Sidran come autore e voce narrante in Let The Children. Il poliedrico Gegè Telesforo ci racconta in questa piacevolissima intervista l’album, che vuole invitare a riflettere sulla responsabilità di lasciare un’eredità positiva alle future generazioni e su come la musica sia l’elemento che più di ogni altro può portare a indagare la propria individualità nel rispetto degli altri.
a cura di Arianna Guerin
Il 31 ottobre è uscita la versione rimasterizzata del tuo celebre album “Fun Slow Ride”: com’è nato questo progetto a suo tempo e perché hai deciso di pubblicarlo in una nuova edizione?
L’album “Fun Slow Ride” nacque dieci anni fa come un manifesto contro la frenesia. L’idea era quella di creare un progetto che invitasse a rallentare per godersi il groove, unendo l’energia del funk alla profondità del jazz. Non a caso lo definimmo un “International Collective of Music Travellers”, coinvolgendo oltre venti musicisti tra New York, Londra e l’Italia.
Oggi abbiamo deciso di farlo uscire in una nuova edizione rimasterizzata per un motivo puramente tecnico, ma essenziale per l’ascolto moderno. La rimasterizzazione era infatti necessaria per adeguare il sound ai nuovi standard di loudness. Volevamo così garantire che la dinamica e la ricchezza timbrica, essenziali per il funk e il jazz, fossero percepite con la massima chiarezza e impatto possibili, anche sui sistemi d’ascolto attuali.
In sostanza, abbiamo dato al disco la qualità audio moderna che merita, senza alterare il cuore artistico originale.

A cosa fa riferimento il titolo?
Il titolo “Fun Slow Ride” è una dichiarazione di intenti e un vero e proprio manifesto filosofico. “Slow Ride” è la critica alla frenesia moderna. In un’epoca dove tutto è fast e “usa e getta”, il disco invita a rallentare, a prendersi il tempo per l’ascolto consapevole, per le relazioni e per la riflessione sui temi importanti.
Ma questo rallentamento è inteso come “Fun”, un piacere, perché la musica per me è veicolo di gioia. Vivere lentamente non è una rinuncia, ma un modo per assaporare appieno l’esperienza. Il titolo è una sintesi: goditi il viaggio della vita, ma fallo con consapevolezza e senza affanni.
L’album è un progetto corale che ha richiesto anni intensi di lavoro: come hai scelto i musicisti con cui condividerlo e qual è stato l’iter di realizzazione del disco?
La coralità è l’essenza di questo album. Ho selezionato i musicisti non solo per il loro talento artistico, ma anche per le affinità umane e la capacità di entrare nel mio mondo sonoro con naturalezza e senza sforzo. Ho cercato artisti che condividessero la mia profonda devozione per la black music e che fossero amici fidati. L’armonia fuori dallo studio è fondamentale infatti per creare il feeling dentro lo studio.
La scelta è stata intenzionalmente internazionale. Ho lavorato tra l’Italia, Londra e gli Stati Uniti, con il contributo chiave di Leo Sidran in veste di co-producer, per creare nel suo studio di Brooklyn un vero mosaico sonoro di culture. Abbiamo registrato le fondamenta ritmiche in Italia e poi abbiamo costruito l’album a tappe progressive in diversi studi internazionali per l’aggiunta di layer e collaborazioni vocali. Dopo aver scritto e arrangiato il materiale, il mio ruolo di produttore è stato quello di cucire insieme queste sessioni discografiche, garantendo che il risultato finale, nonostante la logistica complessa, suonasse coeso e vibrante e servisse ad un unico scopo: l’emozione.
Fun Slow Ride è ricco di temi e spunti narrativi: quali sono state le fonti d’ispirazione per scrivere i testi e cosa hai voluto raccontare con essi?
I testi di Fun Slow Ride, scritti con la bravissima vocalist Greta Panettieri, nascono da un’attenta osservazione della realtà e dalla necessità di trasformare l’energia del groove in consapevolezza etica. Un’ispirazione cruciale è stata la visione di Khalil Gibran.
Il brano Let The Children, con un testo originale scritto da Ben Sidran, contiene uno spoken word potentissimo basato sul passaggio de Il Profeta che parla dei figli come “frecce” e dei genitori come “archi”, sottolineando la nostra responsabilità. Temi come l’ambiente (The Green Doctor) e l’urgenza di prendere posizione contro l’indifferenza (Say No) sono il mio modo di onorare la tradizione della black music come musica di protesta e speranza.
Ho voluto raccontare la doppia sfida dell’essere umano contemporaneo: vivere con gioia ed energia nonostante le difficoltà, senza ignorare l’impatto delle nostre azioni sull’ambiente e sulle future generazioni. L’album è un invito a trovare l’equilibrio tra questi due poli: piena libertà espressiva con un profondo senso etico.
Photo Credit To Bruno Barillari
Come descriveresti l’atmosfera musicale dell’album dal punto di vista stilistico e compositivo, per evidenziarne le caratteristiche a livello espressivo?
L’atmosfera di Fun Slow Ride è un’esperienza sonora sofisticata e coinvolgente, un punto di incontro tra la disciplina armonica e l’energia ritmica. Il cuore è un jazz-funk maturo, che non è solo un funk da festa, ma un groove intriso di armonie jazzistiche, con linee di basso incisive e architetture ritmiche studiate per ogni singolo brano.
Ho privilegiato la dinamica come principale veicolo emotivo. L’album gioca costantemente con l’alternanza tra momenti intimi ed esplosioni ritmiche travolgenti. Il risultato è un suono coeso, ritmico e profondo, che incarna perfettamente il concetto di viaggio lento.
Il disco si arricchisce anche di importanti collaborazioni con visual artist e registi per la creazione dei video dei brani: cosa hanno aggiunto al progetto e, in generale, oggi secondo te i videoclip che tipo di valore in più possono dare alla musica?
Oggi l’immagine non è un lusso, ma un’estensione necessaria della musica, soprattutto per un progetto come Fun Slow Ride, che ha una forte componente etica. Le collaborazioni con visual artists e registi hanno fornito al disco una dimensione operativa e un forte impatto emotivo.
Video come quello di Let The Children, legato al progetto UNICEF Soundz for Children e realizzato con Simone Calcagni, hanno trasformato la canzone in un appello visivo, dando un volto concreto al nostro messaggio di responsabilità verso le nuove generazioni.
Senza dimenticare il lavoro straordinario fatto dal mio amico Felice Limosani, visual artist di fama mondiale, che ha realizzato per il brano Next una storia animata originale ed emozionante.
I video agiscono come traduttori visivi di concetti complessi, evitando che la musica venga fruita in modo superficiale. Il videoclip moderno offre un duplice valore aggiunto: è una porta d’accesso che cattura l’attenzione nel flusso digitale, invitando l’ascoltatore a dedicare tempo alla musica, e permette all’artista di offrire una chiave di lettura autoriale e definitiva dell’opera, stabilendo l’atmosfera o il significato che si vuole veicolare, superando le barriere linguistiche.
Se la musica parla al cuore, l’immagine rafforza il messaggio e ne assicura la diffusione.
Tu sei stato nominato Goodwill Ambassador dell’UNICEF e sei stato l’ideatore del progetto “Soundz for Children”: ce ne parli?
Il mio ruolo di Goodwill Ambassador UNICEF non era solo un titolo onorifico, ma il riconoscimento di una profonda convinzione: quella che l’arte debba avere una funzione sociale attiva. Per quel progetto UNICEF, purtroppo arenato, il mio compito è stato usare la piattaforma della musica e della visibilità pubblica per dare voce ai bambini più vulnerabili, promuovendo i loro diritti e sensibilizzando l’opinione pubblica sulle emergenze.
Con il progetto Soundz for Children ho trasformato questa missione in azione concreta, utilizzando l’energia della musica a sostegno dei bambini in difficoltà, superando le barriere socio-culturali che ne ostacolano lo sviluppo.
Il brano Let The Children è stato il cuore del progetto Fun Slow Ride. Attraverso il suo video e la relativa diffusione, la canzone è diventata uno strumento diretto per la campagna.
Per me l’artista è completo solo quando la sua arte serve ad elevare e migliorare la comunità.
Photo Credit To Bruno Barillari
Jazz vocalist, musicista, produttore, compositore, autore e divulgatore: Gegè, sei veramente uno degli artisti più poliedrici e originali in assoluto! Quali attività, progetti e iniziative ti stanno particolarmente a cuore in questo periodo?
Dopo il successo e la conclusione del tour “Big Mama Legacy”, con circa 150 concerti in tre anni e un album per la Ropeadope, sono nel pieno della preparazione del nuovo tour e di un nuovo album, che vedrà l’esordio di una formazione completamente inedita con la quale stiamo allestendo un vero e proprio show intitolato “Jazz Radio”.
Questo nuovo progetto unisce la mia esperienza di performer live con l’amore per la radio e la divulgazione. Sarà un modo per raccontare la musica con leggerezza e profondità, trasformando il palco in un club-studio radiofonico per coinvolgere il pubblico in una sorta di “Groove Therapy” collettiva.
Inoltre dirigo artisticamente lo Stato dell’Arte Festival di Lecce, collaboro con il dott. Franco Fussi e Albert Hera a La Voce Artistica di Ravenna, sono curatore della rassegna jazz del Teatro Ristori di Verona e, con Paolo Fresu, dirigo l’International Jazz Day di Roma.
Insieme siamo promotori e ambasciatori delle iniziative legate all’Associazione Nazionale “Il Jazz va a Scuola”.
Utilizzare la musica come strumento di formazione e solidarietà resta un pilastro irrinunciabile del mio essere artista.
Tornando alle tue origini, da dove nasce l’amore per la musica e il jazz? E cosa rappresentano per te intimamente?
L’amore per il jazz, la musica e l’arte in genere non è stata una scelta, ma un’immersione inevitabile in un ambiente domestico saturo di bellezza. Le mie origini affondano nella casa di famiglia a Foggia. Mio padre era un grande appassionato e collezionista di vinili jazz.
Mia sorella ed io siamo cresciuti con la sua musica preferita: i dischi di Ella Fitzgerald, Duke Ellington, Louis Armstrong, Charlie Parker e tanti altri erano il nostro pane quotidiano.
Ho imparato la musica e metabolizzato il linguaggio del blues e del jazz per osmosi, giocando con gli strumenti e assorbendo il ritmo e la dinamica prima di conoscerne la teoria. È stata una scuola di ascolto e di feeling.
Quando la vita è caotica continuo ancora oggi a rifugiarmi nella musica: il ritmo mi riporta al battito cardiaco essenziale, offrendomi disciplina e un centro di gravità emotiva.
Ancora oggi il jazz incarna l’equilibrio ideale tra libertà assoluta e rigore strutturale. È la metafora del vivere con passione e improvvisazione, ma sempre nel rispetto delle regole e della comunità.
La musica è il linguaggio ininterrotto che mi lega alle mie radici e al mio modo di affrontare il mondo.
Poi nel tuo percorso professionale e di vita hai incontrato un genio dello spettacolo italiano, Renzo Arbore, e insieme avete realizzato produzioni rivoluzionarie e indimenticabili per la televisione: secondo te è possibile riportare l’arte e la qualità nell’ambito dell’intrattenimento televisivo oppure ritieni sia preferibile concentrarsi sui canali e le piattaforme web e digitali più seguite dai giovani e non solo?
La collaborazione artistica con Renzo è stata cruciale. Programmi come Quelli della notte e DOC non erano solo di intrattenimento: sono stati una scuola di libertà, qualità e rispetto per l’intelligenza del pubblico. Arbore dimostrò che si potesse fare televisione alta e popolare insieme.
Io credo che sia ancora possibile e necessario riportare l’arte in tv, ma questo richiede una visione precisa e, soprattutto, una buona dose di coraggio. Il coraggio di non rincorrere ossessivamente lo share, ma di investire in progetti autoriali e musicali autentici, con il ritorno alla musica suonata dal vivo, e non solo la produzione di talent show alla ricerca della pop star del futuro.
La TV deve tornare ad essere un amplificatore culturale: specialmente quella pubblica ha ancora l’autorevolezza per validare e nobilitare un contenuto di qualità, facendolo diventare un fenomeno nazionale.
E con il mondo digitale bisogna trovare un equilibrio sinergico, perché le piattaforme digitali sono il luogo ideale per la sperimentazione rapida e per costruire una community fedele, un laboratorio di nuove idee.
Al tempo stesso la TV tradizionale deve funzionare come il megafono che porta la qualità e i contenuti più solidi e ben confezionati a una platea più vasta e intergenerazionale.
I dirigenti delle tv nazionali dovrebbero usare la lezione di Arbore — leggerezza, intelligenza e rispetto per il pubblico — per creare contenuti forti. Oggi quei contenuti possono nascere nel digitale, ma la TV può e deve essere il luogo in cui l’arte riceva la sua massima visibilità.
Gegè Telesforo saluta i lettori di Jazzit! 

Photo Credit To Bruno Barillari
Photo Credit To Bruno Barillari
