
26 novembre 2025
Max Trabucco è uno dei batteristi e compositori più apprezzati della nuova scena jazz italiana. Artista sensibile e versatile, ha saputo costruire un percorso artistico ricco di esperienze e riconoscimenti, distinguendosi per sensibilità musicale e vocazione alla ricerca sonora. In questa intervista ci racconta il suo ultimo album “Convergence”, edito dall’etichetta Abeat Records, in cui è affiancato da tre tra i più interessanti musicisti del panorama jazz contemporaneo: Manuel Caliumi al sassofono, Federico Pierantoni al trombone e Federica Michisanti al contrabbasso, una formazione originale composta esclusivamente da strumenti monodici, che intrecciano linee melodiche e timbriche dando vita a veri e propri paesaggi sonori. Il risultato è un lavoro discografico composto da nove tracce che esplorano la convergenza di melodie diverse – spesso create estemporaneamente – le quali si sovrappongono e si intersecano, generando una trama sonora ricca e in continua evoluzione. “Convergence” è un viaggio che attraversa il jazz più tradizionale fino ad approdare all’improvvisazione libera, mantenendo sempre un forte senso di coerenza e identità.
a cura di Arianna Guerin
Ciao Max, è uscito il tuo nuovo album “Convergence”: qual è stata la genesi di questo progetto e a cosa si deve la scelta del titolo?
Ciao amici di Jazzit, innanzitutto grazie per il tempo che mi state dedicando. Questo nuovo lavoro discografico è il risultato di un lungo percorso personale, fatto di esperienze, ascolti e cambiamenti. Quando ho iniziato a lavorare al disco – ancora prima di avere un’idea chiara di ciò che sarebbe diventato – immaginavo un suono di gruppo, qualcosa che rinnovasse il mio modo di comporre e di esprimermi attraverso un impasto timbrico diverso dal solito. In quel periodo ho scoperto la scrittura orizzontale, basata su più linee melodiche, e un modo di concepire la musica che non prevedeva necessariamente uno strumento armonico. Una volta definito il suono del gruppo, ho iniziato a pensare ai musicisti che avrei voluto coinvolgere e alle loro personalità. Il titolo “Convergence” descrive esattamente questo: un processo creativo mirato e orientato verso una direzione comune. Una convergenza di idee, suoni e intenzioni.

Ci racconti il tuo vissuto artistico? Com’è nata la tua passione per il jazz e come ti sei avvicinato allo studio della batteria? E quali esperienze hanno determinato la realizzazione di questo nuovo album?
Ricordo perfettamente la prima volta in cui sono entrato in un negozio di strumenti musicali. Ero con mio padre e mio fratello: davanti a me c’erano batterie impilate ovunque, ed è stato amore a prima vista. Quel giorno eravamo lì per comprare una tastiera per mio fratello Marco, e durante il viaggio di ritorno a casa mio padre mi chiese se anche io avrei voluto suonare uno strumento. La risposta fu davvero naturale: la batteria. Poco dopo me la ritrovai in casa: una vecchia Maxx (fatalità!) nera che davano a noleggio, e che mio padre era riuscito a farsi vendere dal negoziante. Su quei tamburi ci ho suonato per più di dieci anni. Il jazz, invece, è arrivato molto più tardi. A casa i miei genitori ascoltavano soprattutto cantautorato pop, ma quando Marco – verso i vent’anni – intraprese il percorso conservatoriale, mi spinse attraverso le sue esperienze a seguire le sue orme. Da lì è iniziato un viaggio che mi ha portato a scoprire un linguaggio per me totalmente inesplorato. Le vicende che hanno contribuito alla nascita di Convergence sono davvero tante. La residenza artistica “Orchestra Aperta – La Conduzione Chironomica” del 2020 alla Casa del Jazz mi ha fatto scoprire un nuovo modo di comporre basato sull’improvvisazione. L’ingresso nell’Orchestra Nazionale Jazz Giovani Talenti diretta da Paolo Damiani mi ha dato la possibilità di suonare composizioni originali molto diverse tra loro e di capire le potenzialità di una grande formazione. A questo si aggiungono i due progetti che porto avanti con continuità: il trio Naviganti e Sognatori con Luca Falomi e Alessandro Turchet, e il quartetto della violinista Anais Drago con Federico Calcagno. Tutte queste esperienze hanno ampliato la mia visione e hanno fatto maturare il mio modo di comporre, rendendolo – almeno per me – più fresco e nuovo. Convergence è una sintesi personale di tradizione, improvvisazione libera e scrittura mirata per questo tipo di formazione.
Come descriveresti il disco dal punto di vista stilistico, tecnico e compositivo, per evidenziarne le caratteristiche a livello espressivo?
Per me questo è il mio primo vero disco jazz. Ho scritto la musica in modo istintivo ma con una direzione precisa, cercando di mettere in risalto alcune caratteristiche del mio strumento: cambi di tempo, dinamiche e interplay con gli altri musicisti. I tecnicismi non mancano, ma ho cercato di utilizzarli sempre al servizio della musica. Alcune composizioni prendono spunto da brani che amo, e che ho voluto rielaborare in modo completamente personale. Sono davvero felice del risultato: i musicisti che ho coinvolto nel progetto hanno compreso appieno la direzione che avevo in mente e l’hanno amplificata, rendendo il tutto più ricco e profondo.
Photo Credit To Marco Ortolan
Dei nove brani dell’album otto sono stati scritti da te: quali sono state le tue fonti d’ispirazione e cosa raccontano di te questi pezzi?
Di solito mi lascio influenzare molto dal mio stato d’animo e dalla musica che ascolto in quel determinato periodo. A volte sono formazioni particolari ad accendere la mia voglia di ricreare una certa sonorità, stimolandomi a comporre in modo diverso dal solito. Per farti degli esempi pratici, nel brano Convergence ho giocato sulla stratificazione di più linee melodiche, ispirandomi ad alcuni momenti dei dischi di Mark Guiliana, un batterista che ammiro molto. In Evidology ho sperimentato la sovrapposizione di due standard che hanno accompagnato il mio percorso di studi, Evidence di Thelonious Monk e Anthropology di Charlie Parker, rielaborandone alcuni tratti. Un brano a cui tengo particolarmente è Serendipity, forse l’omaggio più “nascosto” del disco. L’ho composto partendo da una celebre frase di Max Roach – contenuta nel brano For Big Sid del disco “Drums Unlimited” – trasformandola in un tema a due voci.
Come definiresti la ricerca timbrica, melodica e ritmica che caratterizza questa tua nuova produzione musicale e come hai saputo integrare tutte queste componenti?
La ricerca timbrica, melodica e improvvisativa che caratterizza questo lavoro nasce dalle esperienze di cui ti parlavo poco fa. Suonare musiche molto diverse tra loro e collaborare con musicisti dalle idee e intenzioni differenti mi ha portato a lavorare sullo strumento in modo trasversale. Ho dedicato molta attenzione al suono, al timing e all’interazione, cercando sempre di non essere invasivo. Oggi sento di aver raggiunto una nuova maturità che mi permette di vivere la musica in maniera più naturale e profonda.
Photo Credit To Marco Ortolan
Quale equilibrio hai voluto garantire alla composizione, all’improvvisazione e all’arrangiamento?
Questi elementi sono tre aspetti fondamentali del disco e trovare un equilibrio tra loro non è stato semplice. Ho cercato di scrivere musica che potesse funzionare in più direzioni. The Key, ad esempio, è un brano che utilizzo spesso per capire come “respira” un gruppo: a volte lo sviluppo sul giro di blues, ma in questo caso ho scelto di lasciare molto più spazio ai musicisti, togliendo la griglia di accordi e facendoli così improvvisare liberamente su un pedale. Lo stesso vale per Prayer for Peace: dopo il tema a due voci sviluppiamo un’improvvisazione collettiva completamente libera. Al contrario brani come Evidology o Convergence prevedono improvvisazioni all’interno di accordi e strutture più chiuse. Gli arrangiamenti sono nati poco alla volta: prima ho individuato i punti di forza di ogni musicista, poi ho cercato di cucire un vestito su misura per ogni brano.
Ci parli dei musicisti con cui hai condiviso questa tua nuova avventura discografica, che insieme a te hanno determinato lo stile, il timbro e il linguaggio dell’album?
Ho conosciuto Federica Michisanti alla Casa del Jazz durante un mio concerto. Dopo aver ascoltato i suoi lavori e averla sentita suonare dal vivo, ho subito percepito la sua solidità: una contrabbassista abituata a lavorare in contesti senza strumento armonico e talvolta anche senza batteria, capace quindi di guidare l’ensemble. Il percorso dei fiati è arrivato in modo graduale. Ho iniziato a suonare in trio con Federica e Federico Pierantoni al trombone: oltre ad essere un ottimo esecutore, Federico è un improvvisatore straordinario. Riascoltando alcune registrazioni sentivo però la mancanza di certe frequenze e di un’improvvisazione più agile, dovuta alla natura degli strumenti coinvolti. Così ho chiesto a Manuel Caliumi di entrare a far parte del progetto come sassofonista. Avevo già suonato con lui e ricordavo bene la sua forte personalità. Oggi, ascoltando il disco, sono convinto di aver fatto le scelte giuste: questi tre musicisti hanno valorizzato ogni dettaglio del materiale che ho scritto, aggiungendo profondità e maturità.
Photo Credit To Ilaria Basciano
Questo è il secondo lavoro che pubblichi con Abeat Records: che tipo di rapporto si è creato con il produttore discografico e cosa ricordi con più piacere delle fasi di registrazione e produzione del disco?
Convergence è il mio secondo disco da leader pubblicato con Abeat Records, ma con loro ho pubblicato altri sette lavori in co-leadership. Mario Caccia è stato il primo a darmi fiducia: nel 2013, quando gli arrivò il master di “Making Friends” dell’Oirtrio – con mio fratello Marco e Giulio Scaramella – ci trattò subito come giovani professionisti. L’anno successivo pubblicammo “Oirquartett”, che vinse il Premio Nazionale “Chicco Bettinardi” come miglior opera prima. Con Mario e Marina Barbensi, che cura la parte grafica, si è creato ormai un rapporto di amicizia, stima e fiducia reciproca. Sono felice di aver trovato un’etichetta che crea continuità e dà spazio a chi ha qualcosa da dire.
Presenterai l’album in un tour dedicato? Come cambia la tua musica dal vivo?
Stiamo organizzando un tour di presentazione che partirà a marzo 2026. Cominceremo il 27 da Treviso e il 29 saremo al Teatro Modena di Genova. Le altre date sono in via di definizione, ma presto pubblicherò il calendario completo. Il live rispecchierà il disco: la scaletta dei brani è praticamente la stessa. Ho deciso di mantenerla tale perché i brani sono caratterizzati da molte parti libere e spazi di improvvisazione, che però cambiano radicalmente da un concerto all’altro. Anche con la stessa sequenza, ciò che arriverà al pubblico sarà comunque diverso.
Cosa apprezzi maggiormente di questa tua nuova produzione e che rappresenta essa nella tua evoluzione artistica e umana?
Convergence è stato per me una prova importante: mi ha dimostrato che posso mettermi in gioco e superare limiti che credevo difficili da affrontare. Sento di aver chiuso una lunga parentesi iniziata una decina di anni fa con il mio primo disco “Racconti di una notte”, pubblicato sempre da Abeat Records. Oggi sono più consapevole di ciò che faccio e ho la sensazione di essere solo all’inizio di un nuovo capitolo della mia vita. Da pochi mesi sono diventato padre, e questo ha portato un equilibrio nuovo, respiro un’energia diversa, più sana e più positiva.
L’articolo “Convergence”, un’originale confluenza di idee, suoni e intenzioni. Intervista a Max Trabucco proviene da JAZZIT MAGAZINE – BIMESTRALE DI MUSICA JAZZ.

Photo Credit To Marco Ortolan
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