
Qualche mese dopo la gita a Onkalo, in un periodo dell’anno più caldo, porto il mio figlio più piccolo sulle colline di gesso a un paio di chilometri da casa. Lui ha quattro anni, io quarantuno. Percorriamo in bici la maggior parte della strada, poi poso la bicicletta sull’erba e mano nella mano facciamo a piedi qualche centinaio di metri fino al boschetto di faggi e frassini chiamato Nine Wells. Ha un’estensione di meno di un quarto di ettaro, si trova a due passi dalla linea ferroviaria e a due passi dall’ospedale e come capita tante volte con i boschetti, quando ci entri sembra molto più grande di quanto appaia da fuori. Nel bosco passiamo un’ora serena e felice. Qui posso dare a mio figlio tutta la mia attenzione, camminare al suo passo, pensare a come vede il mondo un bambino di quattro anni. Il sole, alto e forte, inonda le foglie e sparpaglia schegge di luce attorno a noi. Arriviamo al fondo del bosco, dove sgorgano le sorgenti. Le fonti si sono disposte in cerchio attorno a una depressione del gesso, riempendo una conca profonda una trentina di centimetri e larga quasi due metri. L’acqua è così trasparente che quasi non si vede, non fosse per i riflessi, simili a radici, dei rami sovrastanti.


È stato questo brano dell’ultimo capitolo (Riemergere) di Underland. Un viaggio nel tempo profondo di Robert Mcfarlane che mi ha riportato ad alcuni momenti (anni passati) con i miei figli. Ore insieme, come nelle immagini che vi presento: era un pomeriggio d’estate sul torrente Brasimone con Ettore, era una mattinata di tarda primavera nella golena allagata del fiume Reno a quattro passi da casa con Federico. Momenti uno a uno, cuore a cuore; delicati, unici. Il sentiero, la vegetazione, la luce, le acque, gli occhi meravigliati, meravigliosi di un bambino. Lo stupore di un padre che partecipa alla crescita.
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Nether, 150 x 150 cm (591⁄8 x 591⁄8 in.), acrylic on canvas, 2013 © Stanley Donwood
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