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Petrolio, Washington mette le mani sul greggio di Caracas. Pechino insorge

7/01/2026 | Wall Street Italia

Donald Trump ha annunciato che le autorità di transizione in Venezuela consegneranno agli Stati Uniti tra 30 e 50 milioni di barili di greggio di alta qualità, destinati alla vendita a prezzo di mercato con i proventi sotto il diretto controllo della Casa Bianca, mentre restano molti interrogativi sulla tempistica delle spedizioni e sull’effettiva disponibilità fisica del petrolio.

“Sono lieto di annunciare che le autorità di transizione in Venezuela consegneranno agli Stati Uniti d’America tra i 30 e i 50 milioni di barili di petrolio di alta qualità, non soggetto a sanzioni, per un valore di circa 2,8 miliardi di dollari al prezzo di mercato attuale. Questo petrolio sarà venduto al prezzo di mercato e il ricavato sarà gestito da me, in qualità di Presidente degli Stati Uniti d’America, per garantire che venga utilizzato a beneficio del popolo venezuelano e degli Stati Uniti!” ha spiegato l’inquilino della Casa Bianca su Truth.

I mercati reagiscono: WTI in calo

L’annuncio ha spinto i futures sul Wti con consegna a febbraio a 56,23 dollari al barile, in ribasso dell’1,58%, mentre il Brent cala dell’1,20% a 59,97 dollari al barile, segnalando aspettative di maggiore offerta nel breve periodo.

Nel frattempo, per venerdì è previsto a Washington un incontro tra Trump e i vertici di alcune delle principali compagnie petrolifere mondiali, tra cui Chevron, ConocoPhillips, Exxon Mobil. Sul tavolo un  possibile ritorno massiccio degli investimenti in Venezuela. Quelle venezuelane, pur essendo tra le riserve di greggio più grandi al mondo, oggi rappresenta meno dell’1% dell’offerta globale, a causa di ridotti investimenti, fuga di competenze e collasso infrastrutturale.

Come spiega bene in una nota Daniel Zanin, CFA – Senior Analyst, Investment Research, Invesco:

“Il Venezuela resta, sulla carta, una promessa. Possiede le più grandi riserve petrolifere provate al mondo, stimate in oltre 300 miliardi di barili, circa il 18% del totale globale. Una dotazione che, unita a una posizione geografica strategica tra Caraibi, Stati Uniti e America Latina, alimenta da sempre l’idea di un potenziale ritorno nei flussi economici internazionali. Ma l’ambientazione, da sola, non fa la storia. La realtà operativa racconta altro. La produzione petrolifera, che negli anni ’90 superava i 3,4 milioni di barili al giorno, oggi oscilla intorno ai 900 mila barili giornalieri, meno di un terzo dei livelli storici e una frazione minima rispetto alle riserve disponibili. Un crollo figlio di anni di sotto-investimenti, infrastrutture deteriorate, impianti obsoleti e una filiera produttiva sempre più fragile, fortemente dipendente da input esterni per trattare greggi extra-pesanti. A questo si aggiunge la dispersione del capitale umano, con tecnici, ingegneri e competenze chiave emigrati all’estero nel corso dell’ultimo decennio. Anche nello scenario più costruttivo — normalizzazione politica, allentamento delle sanzioni, ritorno graduale degli investimenti — servirebbero anni e decine di miliardi di dollari per ricostruire ciò che è stato perso”.

La variabile legale: un terreno scivoloso

Restano nel frattempo aperti diversi interrogativi sul piano americano, a partire dalla copertura giuridica: non è chiaro su quale base legale Washington potrebbe rivendicare la disponibilità del petrolio nel caso in cui Caracas non ratificasse formalmente l’intesa. Non sarebbe la prima volta che Trump annuncia presunti accordi con leader stranieri senza un immediato riconoscimento ufficiale da parte delle controparti.

Il post presidenziale, inoltre, non precisa né i tempi delle spedizioni né l’origine del greggio, pur lasciando intendere che il via libera delle autorità venezuelane sia già arrivato — in un contesto in cui, parallelamente, il governo ad interim ha intensificato la repressione interna.

Tutto questo mentre, secondo ABC, Washington avrebbe intimato alla leader ad interim Delcy Rodriguez di collaborare esclusivamente con gli Stati Uniti nella produzione petrolifera, riducendo contestualmente i legami economici con Cina, Russia, Iran e Cuba.
Un riallineamento strategico totale per un Paese che negli ultimi anni aveva affidato proprio a questi partner la propria sopravvivenza economica.

La reazione cinese

Intanto, il commercio verso la Cina si è quasi azzerato, fatta eccezione per i carichi già in mare. Pechino — che in passato ha acquistato fino al 90% del greggio venezuelano — ha reagito immediatamente, definendo le richieste americane una violazione del diritto internazionale.

Il portavoce del ministero degli Esteri Mao Ning ha dichiarato che il Venezuela è “uno Stato sovrano con piena e permanente sovranità sulle sue risorse naturali e sulle sue attività economiche” e le richieste Usa “violano il diritto internazionale, ledono la sovranità e minano i diritti del popolo venezuelano”.

Il post di Trump non chiarisce i tempi delle consegne né l’origine esatta del petrolio. Sul piano industriale, gli analisti stimano che potrebbero servire anni e investimenti da miliardi di dollari per riportare la produzione venezuelana a livelli significativi.

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