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Dagli uffici di Bra alla Flotilla, “una missione per risvegliare le coscienze”

4/11/2025 | Slow Food

Abderrahmane Amajou, ex collega di Slow Food, oggi presidente di ActionAid Italia racconta la missione sulla ‘Paola I’ diretta a Gaza

Per dieci anni Abderrahmane Amajou ha lavorato negli uffici di Slow Food a Bra, occupandosi di tematiche migratorie e di Slow Migrants, la rete nata nel 2014 con l’obiettivo di valorizzare i saperi tradizionali delle persone migranti nei Paesi di destinazione. Dalla scorsa estate, ha assunto l’incarico di presidente di ActionAid Italia e ad agosto si è unito alla Global Sumud Flotilla, imbarcandosi su ‘Paola I’. Per giorni, insieme ad altre centinaia di attivisti, ha navigato attraversando il Mediterraneo fino ad arrivare a poche decine di miglia dalla costa di Gaza. Lo abbiamo incontrato per ripercorrere insieme quanto vissuto in quelle settimane, dalla decisione di imbarcarsi fino alla detenzione nella prigione di Ketziot.

«Sono due anni che la nostra vita è cambiata, che le scene crudeli di quello che succede a Gaza arrivano quotidianamente nella nostra vita, in tv e sui social – racconta –. Manifestazioni, appelli, raccolte firme, incontri pubblici per sensibilizzare la politica non erano servite a smuovere i nostri governi. Così, quando in estate sul sito della Global Sumud Flotilla si sono aperte le candidature per imbarcarsi, mi sono proposto». La conferma che sarebbe potuto partire è arrivata a fine agosto, «mentre ero in viaggio. Ho anticipato il rientro per raggiungere in tempo la Sicilia, dove si è svolto il training obbligatorio, che oltre ai dettagli tecnici relativi alla navigazione si è concentrato sugli aspetti normativi dell’operazione e sul metodo della non violenza che tutti siamo stati tenuti a rispettare per evitare il rischio di escalation». 

Il cibo come arma

Nelle barche salpate dal porto di Augusta, ricorda Ab, c’erano diversi alimenti. «Durante la navigazione abbiamo saputo che, se anche fossimo riusciti ad arrivare a Gaza, prodotti come il miele, la marmellata, i biscotti, cioè gli alimenti particolarmente energetici, non sarebbero potuti entrare, perché ritenuti “di lusso” dal governo israeliano e perciò vietati al popolo palestinese. È incredibile: il cibo, che normalmente è motivo di gioia, di felicità, fonte di piacere, strumento di connessione tra le persone, altrove viene usato come arma di guerra, di tristezza, di apartheid». 

I giorni sulla ‘Paola I’ non sono stati facili: «Sono partito dall’Italia consapevole che ci sarebbe potuto succedere anche qualcosa di brutto e che avremmo potuto rischiare la vita. Ci sono stati momenti di paura, come quando siamo stati attaccati. Il primo ottobre, poi, verso le 8 di sera siamo stati abbordati e fermati a una cinquantina di miglia dalla costa». La missione gli ha però lasciato sensazioni positive, a cominciare dal «rendersi conto di quanto ciò che abbiamo fatto sia servito per risvegliare le coscienze di tanti e a far cadere il tabù che per troppi mesi ha impedito di criticare il governo israeliano». 

Restano nella mente anche i cinque giorni trascorsi nel carcere di Ketziot: «Si sentivano in continuazione i cacciabombardieri passare sopra le nostre teste, e sapevamo che essendo così vicini a Gaza ogni sorvolo significava una bomba sganciata – ricorda Ab –. In quei giorni, ho deciso anch’io di usare il cibo come strumento di lotta, scegliendo di non mangiare. Non avrei accettato cibo da un governo che affama i palestinesi, per questo ho scioperato: ho perso sei kg in così pochi giorni, ma era il minimo che potessi fare». 

Rimangono però impressi anche i tanti messaggi ricevuti. Quelli dei gazawi, «che ci hanno ringraziato perché per la prima volta in tanti mesi hanno potuto pescare in pace, visto che le motovedette erano impegnate a intercettare le barche della Flotilla anziché a sparare sui pescatori innocenti». E quelli dei tanti attivisti di Slow Food che gli hanno fatto sentire affetto e vicinanza: «È stata la dimostrazione che la comunità di Slow Food è viva, attenta a ciò che succede, desiderosa di vedere un cambiamento. Ho trovato tanti messaggi da ex colleghi, soci e persone che ho conosciuto nei miei anni nell’associazione: percepire tutta questa sensibilità mi ha riempito il cuore di gioia».

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