Presentato alla Berlinale nella sezione Panorama, dove ha conquistato il Premio del Pubblico, arriva al cinema Il silenzio degli altri (Sorda), opera prima della spagnola Eva Libertad premiata in tutto il mondo, da Berlino (con il Panorama Audience Award) ai Goya (Miglior Opera Prima, Miglior Attore non protagonista e Miglior Attrice rivelazione), e in uscita nelle sale dal 28 maggio con Lucky Red.
Che lo propone sia nella versione originale spagnola sia in quella doppiata – con sottotitoli descrittivi per sordi – nel segno della responsabilità sociale e coerentemente con il tentativo di trasmettere l’esperienza della sordità al pubblico che era nelle intenzioni della regista, incontrata alla 19ª edizione de La Nueva Ola – Festival del cinema spagnolo e latinoamericano, dove il film è stato presentato in anteprima.
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Le sfide offerte dalla quotidianità alla coppia protagonista – composta da Ángela, una donna sorda, e l’udente Héctor – sono continua occasione di confronto tra i due, fino a quando si trovano – soprattutto lei, in un mondo ancora pieno di pregiudizi – costretti ad affrontare tutto, di nuovo, da un punto di vista diverso, con l’arrivo di una figlia, che ancora non sanno se ci sentirà o meno.
Una storia che affonda profondamente nell’esperienza di Eva Libertad, e di sua sorella Miriam Garlo, la protagonista sorda del film. Che sceglie di affrontare il tema della comunicazione e dell’identità in maniera sincera e provocatoria, senza controproducenti edulcorazioni della diversità e degli ostacoli che comporta che possano tenere lo spettatore lontano dai personaggi e in una inutile ‘comfort zone’.
Intervista a Eva Libertad
Ha parlato di Héctor, il protagonista, come del suo alter ego, è stato un modo anche per liberarsi della rabbia e del senso di colpa?
Prima di questo esordio avevo girato dei cortometraggi e un film per la TV, per cui è stato diverso da tutto il resto. Anche per il fatto che Miriam, la protagonista, sia mia sorella e che si parli di qualcosa che ci tocca così profondamente… è stata un’esperienza unica. Tutto è stato molto più carico di emozioni, l’intero processo, dalla scrittura della sceneggiatura alle riprese, persino la promozione. Il film ha una qualità unica, perché non volevo parlare di sordità in generale, né scrivere una tesi sulla sordità, volevo come filtrare il mondo attraverso i miei sentimenti, le emozioni, le paure, i dubbi e vedere cosa ne sarebbe venuto fuori. Héctor mi ha permesso di proiettare su di lui molte delle insicurezze, dei conflitti interiori che ho avuto con Miriam, ciò che ho vissuto e gli errori che ho commesso, e penso che questo abbia contribuito a rendere il personaggio più complesso.
Il film nasce dalla necessità di raccontare di più rispetto al corto?
Era molto breve e non avevo fatto il corto pensando di farne poi un lungometraggio. All’epoca, nel 2021, l’industria cinematografica era praticamente inesistente dove vivo, nel Sud della Spagna, ma si è sviluppata molto rapidamente. In origine si parlava semplicemente di Ángela e il suo compagno che pensavano a diventare genitori, ma lei non era nemmeno incinta. Finito il cortometraggio ci siamo resi conto che dovevamo continuare a esplorare quell’idea. Ho pensato che volevo sapere cosa succedeva alla questa coppia con il bambino, se questo fosse udente o sordo. Era ancora tutto da scoprire. Perciò ho dovuto fare una fase di ricerca notevole per il film, interviste con madri sorde, che mi hanno introdotto in un mondo completamente sconosciuto.
Come per Miriam
Come per Miriam, anche perché alla fine ha deciso di non diventare madre. A maggior ragione quelle testimonianze mi hanno fornito informazioni che non conoscevo e che ho potuto romanzare. L’intero film è di finzione, tranne la scena del parto. Lì non ho inventato nulla. Sono momenti reali di parto, che mi sono stati raccontati e ogni donna sorda ha avuto un’esperienza diversa del parto, paure diverse, ma ognuna di loro ha avuto un parto traumatico. Tutte. Per questo quella scena doveva esserci. E senza che fosse romanzata. (Da dopo la proiezione del film, in Spagna, nella Regione di Murcia, durante il parto di persone sorde è ora prevista la presenza di un interprete della lingua dei segni per facilitare la comunicazione con il team medico, ndr)
Dopo aver realizzato il film e tutto questo, c’è qualcosa che ancora manca?
Forse mi sarebbe piaciuto approfondire di più il rapporto di Ángela con sua madre e suo padre. Ma c’è un’idea folle, che appartiene al regno della fantasia ed è emersa nelle discussioni con il pubblico: molti ci hanno detto che vorrebbero sapere cosa succederà, aspettare dieci anni e vedere come sarà questa famiglia tra dieci anni, se Ángela e Héctor saranno ancora insieme, com’è il rapporto con la bambina.
E sul set, è stato diverso dal solito?
Abbiamo voluto rendere il set il più confortevole, accogliente e accessibile possibile per tutti. La prima cosa che ho fatto in fase di pre-produzione è stata preparare un dossier sulla sordità e distribuirlo a tutta la troupe, perché avessero informazioni sulla sordità e su come interagire con le persone sorde. Poi abbiamo organizzato lezioni di lingua dei segni, in modo che tutti imparassero alcuni segni di base per poter comunicare con la troupe. E poi avevamo sempre due interpreti durante le riprese, perché tutti i personaggi sordi in scena sono interpretati da attori e attrici sordi.
In italiano non sarà quello, ma il titolo originale suonava piuttosto forte, era voluto?
Ogni paese decide per sé in genere, e Il silenzio degli altri per me è un campanello d’allarme per le persone udenti. Mi piace. In spagnolo, invece, la scelta di “Sorda” era anche un modo per riappropriarci del termine, in contrasto con l’abitudine a riferirsi alle persone sorde come “non udenti”, in negativo, come persone con difficoltà. È come se, in quanto donna, io mi definissi come “non uomo”. Molti ‘non udenti’ in realtà ci tengono a definirsi “sordi”.
Dirigere sua sorella vi ha unite o ha comportato tensioni?
L’avevo diretta a teatro, per cui ci conoscevamo già professionalmente, ma Miriam non aveva mai fatto cinema prima del cortometraggio. E con il film tutto ha acquisito maggiore intensità. Per noi, è stato come esplorare territori inesplorati, soprattutto nella fase di scrittura. Noi viviamo molto vicine e quando mi bloccavo o c’era una parte di Ángela che non riuscivo a rendere bene, andavo a casa sua, anche di notte. Per esempio quando volevo lavorare su “la vergogna”, la vergogna di essere sorda, che per le persone sorde è qualcosa di indicibile. Abbiamo parlato molto e ovviamente sono venute fuori cose che riguardavano noi, il nostro passato, la nostra storia condivisa. Se prima il nostro legame aveva otto sfumature, dopo il film ora ne ha dodici. È molto più complesso.
L’articolo Il silenzio degli altri, Eva Libertad tra passato e futuro: «Ogni donna sorda ha un parto traumatico» proviene da Ciak Magazine.





