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Il primo voto delle donne e la Repubblica, il monologo di Paola Cortellesi per gli 80 anni dal Referendum

3/06/2026 | Ciak Magazine

Nel contesto delle celebrazioni per gli 80 anni della nascita della Repubblica italiana, lo spettacolo “I volti della Repubblica. 80 anni dal referendum”, andato in scena in Piazza del Quirinale a Roma e trasmesso in diretta su Rai 1 ed Eurovisione la sera del 2 giugno, Paola Cortellesi ha portato un monologo (visionabile qui) dedicato al primo voto delle donne nel 1946 e al percorso che ha portato alla costruzione della democrazia italiana. L’attrice e regista, che nel 2023 ha firmato il film C’è ancora domani, diventato il titolo italiano più visto dell’anno e il maggiore successo al botteghino in Italia, ha ripreso proprio quel tema centrale: la conquista del diritto di voto femminile e il suo significato storico e civile.

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La nascita della Repubblica e il primo voto delle donne

Il racconto si apre sull’immagine del voto del 2 e 3 giugno 1946, momento fondativo della Repubblica italiana e prima occasione di partecipazione politica nazionale per le donne. «Nacque da una scheda piegata in una cabina elettorale, un gesto semplice, insieme rivoluzionario, che racchiudeva in sé tutta la fatica di un Paese che usciva dalla guerra, dalla dittatura, dalla fame e dal lutto» esordisce Cortellesi sul palco. Per la prima volta, le cittadine italiane entrarono nei seggi elettorali con lo stesso diritto degli uomini, partecipando sia al referendum istituzionale sia all’elezione dell’Assemblea Costituente. «Finalmente, almeno lì dentro, dentro quelle cabine elettorali, la loro voce aveva lo stesso peso di quella di chiunque altro, senza distinzioni, senza concessioni, senza eccezioni».

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Il discorso prosegue poi sulla condizione delle donne sotto il regime fascista, quando il loro ruolo pubblico venne progressivamente ridotto e rigidamente definito. «Le donne erano cresciute dentro un’idea precisa di subordinazione e obbedienza, e il regime aveva costruito attorno a loro un destino già scritto, fatto di famiglia, maternità e silenzio». La propaganda esaltava la maternità come missione patriottica, mentre l’accesso all’istruzione e alle professioni veniva limitato o scoraggiato. «Sotto il regime fascista le donne non erano soltanto escluse dalla vita pubblica, ma furono progressivamente ricondotte, anche per legge, a un unico ruolo considerato naturale: moglie, madre, custode del focolare. La propaganda fascista celebrava la maternità come missione patriottica, dare figli alla nazione. Ma dietro quella retorica c’era un progetto preciso di limitazione dell’autonomia femminile. Alle donne fu proibito di dirigere scuole medie e superiori, di insegnare materie considerate di alto profilo, come filosofia e storia nei licei. L’istruzione di bambine e ragazze fu orientata verso lavori ‘donneschi’, ovvero mansioni domestiche. Gli studi superiori e le professioni intellettuali venivano altamente sconsigliati e, nel caso in cui una studentessa avesse avuto l’arroganza di proseguire gli studi, avrebbe comunque trovato tasse universitarie raddoppiate rispetto a quelle degli studenti».

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E continua citando, ironicamente, gli scritti ideologici del tempo, tra cui un passaggio del volume Politica della famiglia del 1938, scritto dall’economista fascista Ferdinando Loffredo: «“La indiscutibile minor intelligenza della donna ha impedito di comprendere che la maggiore soddisfazione può essere da essa provata solo nella famiglia”. E ancora: “Il lavoro femminile crea nel contempo due danni, la mascolinizzazione della donna e l’aumento della disoccupazione maschile”. In sintesi è vengono a rubarci il lavoro. Questo concetto, devo dire, va ancora fortissimo. È un jolly da giocarsi a seconda delle categorie. Allora erano le donne».

Le donne nella Resistenza

In questo contesto, molte giovani donne scelsero di partecipare alla Resistenza, entrando in clandestinità e assumendo un ruolo attivo nella lotta contro il nazifascismo.
«In questo oscuro scenario di disuguaglianza – continua Cortellesi nel discorso – ci furono ragazze giovanissime che decisero di ribellarsi, in un momento storico in cui dissentire non consisteva nel pubblicare una storia su Instagram, ma voleva dire mettere a rischio la propria vita. Adottarono un nome di battaglia, come misura di sicurezza per sé e per i compagni, e si unirono alle circa 300.000 persone impegnate nella Resistenza contro il nazifascismo».

Tra queste figure viene ricordata Teresa Vergalli, staffetta partigiana a sedici anni.
«Teresa Vergalli, nome di battaglia Annusca, a sedici anni percorreva chilometri in bicicletta con messaggi nascosti tra i capelli, nelle trecce, e portava con sé una piccola rivoltella per uccidersi qualora fosse caduta nelle mani dei nazisti. Non ne ebbe bisogno e dopo la guerra girò per le campagne con il facsimile della scheda elettorale per mostrare alle braccianti come apporre il proprio voto su questo misterioso ma importantissimo documento».
Vengono poi richiamate le storie di Lina Incemi e Irma Bandiera, segnate dalla violenza della guerra e dalla repressione. «Irma Bandiera venne catturata, torturata per giorni da una squadra fascista con l’obiettivo di farle rivelare i nomi dei compagni. Non parlò mai. Fu uccisa con una raffica di mitra e il suo corpo venne esposto pubblicamente per intimidire chiunque osasse opporsi al regime. Aveva ventinove anni. Molte di quelle ragazze erano adolescenti, non avevano ancora il diritto di voto, ma stavano già scegliendo il futuro dell’Italia».

Irma Bandiera

Con la fine della guerra, alcune delle donne che avevano partecipato alla Resistenza entrarono direttamente nelle istituzioni repubblicane e contribuirono alla scrittura della Costituzione. Tra queste, Nilde Iotti e Teresa Mattei occupano un ruolo centrale nella narrazione. «Nilde Iotti, che aveva partecipato alla Resistenza nei gruppi di difesa della donna, divenne una delle ventuno donne elette all’Assemblea Costituente e, molti anni dopo, la prima Presidente della Camera dei Deputati nella storia della Repubblica».
Teresa Mattei contribuì invece ai principi fondamentali della Carta costituzionale.
«Teresa Mattei, partigiana a vent’anni, contribuì alla scrittura dell’articolo 3 della Costituzione, quello che stabilisce che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione o di condizioni personali e sociali».

Il primo voto come esperienza collettiva

Tra i passaggi più evocativi della Cortellesi, la citazione della giornalista Anna Garofalo, che racconta l’emozione delle donne nel momento in cui ricevono per la prima volta la scheda elettorale. «Le schede che ci arrivano a casa e ci invitano a compiere il nostro dovere hanno un’autorità silenziosa e perentoria. Le rigiriamo tra le mani e ci sembrano più preziose della tessera del pane. Abbiamo tutti nel petto un vuoto da giorni d’esame, come se dovessimo ripassare una lezione che non abbiamo mai studiato fino in fondo».
«Stringiamo le schede tra le mani come si stringono i biglietti più preziosi, quasi con pudore, e le conversazioni tra uomini e donne cambiano tono: diventano conversazioni tra pari, finalmente tra pari».

 

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Una promessa ancora da completare

Il monologo si chiude con uno sguardo al presente e un richiamo alla responsabilità collettiva e alla fragilità della democrazia, che non può essere considerata acquisita una volta per tutte: «Con quel gesto nasceva la promessa di una Repubblica fondata sulla dignità e sull’uguaglianza, la promessa di un Paese in cui si potesse parlare liberamente, dissentire, scegliere chi governa, partecipare alla vita pubblica senza paura. Una nazione in cui le donne potessero finalmente studiare, lavorare, votare, candidarsi, amministrare i propri beni, costruire il proprio destino fuori dall’obbedienza imposta. L’effettiva parità salariale. La libertà di camminare sole la sera o di separarsi da un compagno violento senza temere per la propria incolumità. Ecco, queste ultime promesse non sono state ancora mantenute. Dobbiamo lavorarci. Dico dobbiamo, perché se è vero che la sovranità appartiene al popolo, allora ogni cittadino può e deve fare la sua parte. Molto è cambiato da allora, ma la storia recente ci mostra con brutale chiarezza quanto velocemente il mondo possa cambiare e quel diritto conquistato ottant’anni fa continua a ricordarci che la democrazia non è qualcosa di scontato e che ogni libertà esiste perché qualcuno ha avuto il coraggio di pretenderla». 

E chiude, citando ancora una volta Irma Bandiera e le sue parole scritte alla madre prima di morire: «“Ditele che sono caduta perché quelli che verranno dopo di me possano vivere liberi come l’ho tanto voluto io stessa”. Ecco, quelli dopo di lei siamo noi».

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