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Scelta del liceo (o istituto tecnico), perché non solo le classifiche sulle scuole superiori devono influenzare la tua scelta

18/12/2025 | Focus Junior

La classifica Eduscopio sulle migliori scuole superiori del Paese negli anni è diventata una sorta di Bibbia dell’orientamento per le famiglie dei ragazzi di Terza Media.

L’analisi della Fondazione Giovanni Agnelli nasce, ovviamente, con l’obiettivo di aiutare le famiglie nella scelta della scuola superiore, ma gli indicatori di valutazione utilizzati sono principalmente quantitativi. Esiste il rischio di alimentare con queste classifiche una cultura della performance a discapito dell’apprendimento e dell’inclusione?

Lo abbiamo chiesto ad Anna Polliani, dirigente dell’istituto Simona Giorgi di Milano, e al pedagogista Daniele Novara, fondatore del CPP – Centro psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti.

Polliani:La nostra scuola ha adottato il modello organizzativo finlandese, che è l’esatto opposto di quella che possiamo definire la scuola competitiva, basata sui voti e sulle performance, per cui io non posso che essere che contraria a queste classifiche. Riflettiamo: che cosa dice la nostra Costituzione? Che lo Stato attraverso la scuola rimuove gli ostacoli e garantisce ai meritevoli, che non hanno gli strumenti economici e sociali, di arrivare ai più alti livelli dell’istruzione. Io mi farei solo una domanda: questa scuola promuove i meritevoli privi di mezzi?

Novara: “Il mio giudizio su queste classifiche è molto negativo perché non sono in grado di considerare il fattore umano, che è l’elemento prevalente nella qualità di una scuola. Ma questo non lo dico io: lo dicono le ricerche internazionali. La qualità di una scuola è la qualità degli insegnanti, non della struttura. Don Milani fece la scuola di Barbiana in una catapecchia e quando andò via, la chiusero, perché era inagibile. Perché qualcuno pensa che la buona scuola sia quella con una buona architettura? Queste classifiche non sono assolutamente in grado di definire l’indice di qualità pedagogica degli insegnanti di una scuola.”

Preside Polliani, che cosa dovrebbe fare la scuola per promuovere i meritevoli?

Polliani: “Dovrebbe rimuovere gli ostacoli, che vuol dire inclusione, vuol dire benessere, vuol dire colmare il gap socioeconomico culturale quando gli studenti siedono su un banco, e possibilmente, vuol dire anche il pensare di eliminare la cattedra, perché il docente dietro la cattedra è un modello che, a mio avviso, non funziona più; è antiquato. Probabilmente, ti permette di raggiungere livelli di performance, ma ciò che conta sono i livelli di competenza, di autonomia, di auto-efficienza, di flessibilità che aiuteranno i ragazzi di affrontare il futuro lavorativo.”

La scuola non dovrebbe lasciare indietro nessuno?

Polliani:Certo, altrimenti si crea una separazione: i migliori vanno nelle scuole migliori e i peggiori rimangono nelle scuole di periferia o dove ci sono tanti stranieri. A questi ragazzi devi fare una proposta didattica che corrisponda alla loro background, ma soprattutto che li coinvolga per stare a scuola, che si rischia la dispersione”.

Invece, dottor Novara, come il fattore umano influenza la scuola?

Novara: “Il fattore umano è un fattore inequivocabile, inestricabile. E spesso e volentieri questa professione viene scelta da persone che devono riparare i danni della loro infanzia in una logica compensativa, risarcitoria, senza passare attraverso un apprendimento metodologico. Oppure da persone che scelgono, specialmente alle superiori, questa professione perché conoscono la materia”.

Conoscere la materia non è sufficiente per sapere insegnare?

Novara: “No, certo che no. Nelle classifiche, per esempio, compaiono le scuole British. Ma noi sappiamo bene che le scuole British hanno un indice pedagogico bassissimo. Hanno una didattica piuttosto performante e non hanno un’idea pedagogica dell’errore”.

Queste classifiche non influenzano solo i ragazzi, ma anche i genitori?

Polliani: “Sì, perché i genitori vengono ancora da una cultura legata a un’immagine della scuola che è quella di almeno 20 anni fa. I ragazzini, di conseguenza, ricevono un imprinting dalla famiglia, che poi consolidano in una scuola performativa. Quindi è ovvio che se tu vuoi essere un ragazzino di successo, non puoi non andare in certe scuole… ma se tutte le scuole fossero eccellenti e avessero lo stesso criterio di accoglienza, questo problema non si porrebbe e si valuterebbe solo il talento dello studente. Così non stiamo inseguendo i talenti, stiamo semplicemente certificando che chi viene da un certo background socioeconomico culturale andrà all’università”.

La scuola così di diventare uno status symbol?

 Polliani: “Già, ed esiste anche un problema più profondo. Molti ragazzini, che cercano di andare in queste scuole così blasonate, spesso hanno anche dei problemi importanti di disagio emotivo, psicologico e sociale. Fanno una fatica tremenda, perché è dura stare dietro un modello di perfezione.”

Come orientarsi nella scelta della scuola superiore?

Polliani:Stiamo affrontando il tema del consiglio orientativo da diversi anni in modo determinato, perché vogliamo che sia realistico rispetto a come abbiamo conosciuto quel ragazzo in un percorso di triennio. Rispetto alla tipologia di scelta, purtroppo c’è ancora molto da fare, ma so che si è iniziato di nuovo a ricostruire tutta l’istruzione tecnica professionale, perché non ha senso che siano tutti liceali. Quindi, so per certo, che c’è una riforma dell’istruzione professionale, che sta entrando in sistema, ma soprattutto c’è anche l’intenzione del Ministero di far risorgere un’istruzione tecnica qualificata.  Dopodiché c’è sempre il tema che bisogna cambiare la didattica, perché se tu cambi la didattica, sicuramente tutti potrebbero andare meglio. Poi, penso anche un’altra cosa: forse i 13 anni non sono il tempo giusto per fare delle scelte così importanti”.

Novara: “Ci sono due indicatori di buon indice pedagogico da considerare nella scelta. Bisogna chiedere come vengono gestiti i litigi o i conflitti fra gli alunni. È una domanda molto importante, perché stabilisce se è una scuola colpevolizzante o è una scuola dell’apprendimento. Poi bisogna chiedere se la didattica è frontale o sociale, perché la didattica frontale non crea successo di apprendimento. La didattica sociale è più vicino a quelle che sono le scoperte neuroscientifiche del ‘900, per cui gli alunni imparano nel lavoro comune, non ascoltando gli insegnanti. Con queste due domande i genitori si portano a casa informazioni preziose sull’indice pedagogico della scuola”.

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