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Splendore nella sabbia. L’Egitto annuncia una nuova scoperta. VI secolo. Giù, lasciato il Nilo, verso le aree aride, un cuore di pietra, devozione e ceramiche

6/01/2026 | Stile Arte

La missione archeologica egiziana del Consiglio Supremo delle Antichità ha portato alla luce, nel sito di al-Qarya bi-al-Duwair, nel distretto di Tama, governatorato di Sohag, i resti di un complesso residenziale monastico pienamente strutturato, databile all’età bizantina. Il sito si trova nell’Alto Egitto, sulla riva occidentale del Nilo, a circa 470 chilometri a sud del Cairo, in un’area che fu, tra tarda antichità e primo medioevo, uno dei cuori pulsanti del monachesimo egiziano.

Le strutture individuate sono costruite prevalentemente in mattoni crudi e delineano un insediamento stabile, non episodico, abitato da una comunità monastica organizzata, con spazi destinati alla vita quotidiana, alla preghiera, al lavoro e alla gestione delle risorse. La scoperta si inserisce nel quadro delle indagini archeologiche sistematiche in corso nell’area, ma offre elementi nuovi e concreti per comprendere come si articolasse, nella valle del Nilo meridionale, la vita dei monasteri tra VI e VII secolo.

Gli edifici messi in luce presentano piante rettangolari orientate prevalentemente da ovest a est, con dimensioni variabili: da circa 8 × 7 metri fino a 14 × 8 metri. All’interno si riconoscono sale allungate, talvolta dotate di una nicchia o abside orientale, interpretabile come spazio per la preghiera individuale o comunitaria. Accanto a questi ambienti compaiono stanze più piccole con copertura a volta, che gli archeologi interpretano come celle monastiche o spazi destinati all’ascesi e alla meditazione solitaria. Le superfici murarie conservano tracce di intonaco, con nicchie e rientranze ricavate nello spessore dei muri; i pavimenti sono realizzati in semplice malta battuta, secondo una tecnica diffusa nei contesti monastici dell’Alto Egitto.

Alcuni edifici presentano cortili sul lato meridionale, in corrispondenza degli accessi principali, mentre nei pressi sono state individuate strutture circolari di piccole dimensioni, interpretate come refettori o tavole comuni, un elemento significativo per ricostruire la dimensione comunitaria della vita monastica. Non si tratta dunque di un eremitaggio disperso, ma di un insediamento che univa disciplina collettiva e spazi di ritiro individuale.

Di particolare rilievo è il rinvenimento di vasche e bacini costruiti in mattoni cotti e calcare, rivestiti internamente da intonaco rosso, probabilmente destinati alla raccolta e conservazione dell’acqua, oppure ad attività artigianali collegate alla sussistenza del monastero. La gestione dell’acqua, in un’area marginale rispetto al corso principale del Nilo, era un elemento cruciale per la sopravvivenza di comunità stabili nel deserto agricolo dell’Alto Egitto.

Il fulcro del complesso sembra essere un grande edificio in mattoni crudi, orientato est-ovest, di circa 14 × 10 metri, identificato come chiesa principale del monastero. La pianta mostra una chiara articolazione in tre settori: navata, coro (o khorus) e santuario. Nella navata sono state individuate basi di pilastri, che suggeriscono la presenza di una cupola centrale, mentre il santuario orientale è impostato su una abside semicircolare, affiancata da due ambienti laterali, secondo uno schema liturgico tipico delle chiese copte tardo-antiche. L’insieme conferma l’esistenza di una comunità ben strutturata, dotata di una propria architettura sacra stabile.

I materiali mobili recuperati rafforzano il quadro cronologico e culturale del sito. Sono state rinvenute anfore da stoccaggio, alcune delle quali recano segni tracciati sulle spalle, interpretabili come nomi, numeri o abbreviazioni, probabilmente legati alla gestione delle provviste.

Di particolare importanza è il ritrovamento di numerosi ostraka con iscrizioni in lingua copta, insieme a strumenti della vita quotidiana, frammenti architettonici in pietra e lastre calcaree incise con testi copti.

Questi reperti indicano non solo l’uso della lingua copta nella vita amministrativa e religiosa del monastero, ma anche un certo livello di alfabetizzazione all’interno della comunità.

Dal punto di vista storico, la scoperta si colloca in un periodo cruciale. L’Egitto bizantino, tra IV e VII secolo, fu uno dei principali laboratori del monachesimo cristiano, con forme di vita ascetica che andarono ben oltre il modello eremitico delle origini. Proprio l’Alto Egitto, e in particolare le regioni attorno a Sohag, ospitarono grandi complessi monastici, spesso legati alla tradizione copta e talvolta in tensione con l’autorità imperiale di Costantinopoli, soprattutto dopo le controversie cristologiche seguite al Concilio di Calcedonia (451). In questo contesto, i monasteri divennero non solo luoghi di preghiera, ma centri economici, culturali e identitari, capaci di strutturare il territorio e di offrire coesione alle comunità locali.

I Copti sono i cristiani d’Egitto, eredi diretti delle prime comunità cristiane nate tra I e II secolo lungo il Nilo. Il termine deriva dal greco Aigyptios e indica, in origine, semplicemente gli Egiziani. Dal punto di vista religioso, il cristianesimo copto si sviluppò con caratteristiche proprie. I Copti conservarono la lingua copta, ultima fase scritta dell’antico egiziano, usata nella liturgia e nei testi monastici. Il monachesimo copto, nato in Egitto, divenne un modello fondamentale per tutta la cristianità mediterranea.

Il complesso di al-Qarya bi-al-Duwair si inserisce pienamente in questa dinamica: un insediamento autosufficiente, dotato di chiesa, spazi abitativi, strutture produttive e sistemi di gestione delle risorse, che riflette una fase matura del monachesimo egiziano, poco prima dei profondi cambiamenti introdotti dalla conquista araba del VII secolo.

Fonte della notizia: Ministero egiziano per il Turismo e le Antichità

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