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Scoperto nel forte romano di Vindolanda. Cos’era questo oggetto? A cosa serviva? E le scarpe numero 50 a che legionari appartenevano? Dai nuovi scavi anche forcine per signore e un anello con lepre

31/12/2025 | Stile Arte


Il 2025, di grande lavoro, si conclude nuove scoperte e piccoli misteri risolti, nell’area degli scavi, a Vindolanda. Proprio in queste ore giunge dagli archeologi la soluzione di un “rebus” relativo a un oggetto misterioso portato alla luce dai volontari nelle settimane scorse, un reperto che ha resistito a ogni interpretazione immediata, imponendo prudenza e attenzione, come spesso accade quando il passato si presenta sotto forme che non corrispondono a ciò che immaginiamo.

All’inizio, l’oggetto appariva enigmatico e quasi disarmante nella sua semplicità: un grande frammento osseo, identificabile come una scapola animale, la cui superficie era attraversata da una sequenza di fori perfettamente circolari, disposti con una regolarità che escludeva il caso ma non suggeriva, almeno in un primo momento, alcuna funzione chiara. Non era un utensile noto, non aveva caratteri rituali, non si inseriva in nessuna tipologia conosciuta. Era uno di quegli oggetti che obbligano l’archeologia a rallentare, a interrogare il contesto prima del reperto.

Il contesto è quello di Vindolanda, nel Northumberland, nell’Inghilterra settentrionale, a circa 450 chilometri da Londra. Il forte romano sorge poco a sud del tracciato del futuro Vallo di Adriano ed è uno dei siti più importanti per comprendere la vita lungo il confine nord-occidentale dell’Impero. Fondato intorno all’85 d.C., prima della costruzione del muro adrianeo, Vindolanda fu occupato da unità ausiliarie provenienti da diverse regioni dell’Impero, in una continua alternanza di demolizioni e ricostruzioni che ha lasciato nel terreno una stratificazione eccezionalmente ricca e ben conservata.

È proprio questa stratificazione a restituire un’immagine sorprendentemente quotidiana del mondo militare romano. Le celebri tavolette lignee, sottilissime e fragili, hanno già mostrato come nel forte si scrivessero lettere private, inviti, richieste di indumenti, messaggi informali. Non documenti ufficiali, ma tracce di vita vissuta.

L’osso perforato si colloca esattamente in questa dimensione. Con il progredire delle analisi, gli archeologi hanno compreso che non si trattava di un oggetto finito, bensì di una matrice di lavorazione. I fori, tutti simili per diametro e profondità, corrispondono ai vuoti lasciati dall’estrazione di piccoli dischi ossei. In altre parole, la scapola era stata utilizzata per ricavare pedine da gioco, prodotte in serie a partire da un materiale facilmente reperibile.

La forma e il numero delle pedine suggeriscono che esse fossero destinate con buona probabilità al ludus latrunculorum, uno dei giochi da tavolo più diffusi nel mondo romano e particolarmente apprezzato dai soldati. Il gioco si svolgeva su una tavola a griglia, tracciata su legno, pietra o semplicemente incisa su una superficie disponibile. Ogni giocatore disponeva di un insieme di pedine uguali, che venivano mosse lungo le linee della griglia. Lo scopo non era tanto “mangiare” l’avversario, quanto circondarne le pedine, immobilizzandole con una manovra di accerchiamento. Una pedina catturata non veniva rimossa per contatto diretto, ma perché bloccata sui lati da due pedine avversarie.

Il ludus latrunculorum era quindi un gioco di strategia e di previsione, basato sull’anticipazione delle mosse altrui e sulla capacità di controllare lo spazio. Le fonti antiche alludono a partite anche lunghe e complesse, nelle quali l’abilità contava più della fortuna. Proprio per questo il gioco era considerato particolarmente adatto all’ambiente militare: un esercizio mentale che rifletteva, in forma ludica, la logica dell’azione tattica.

Non è escluso che le stesse pedine potessero essere usate anche come calculi, termine con cui i Romani indicavano piccoli dischi impiegati in vari giochi di allineamento o per scommesse leggere, spesso improvvisate. In ogni caso, l’oggetto racconta una produzione artigianale, quasi domestica: qualcuno, probabilmente un soldato, aveva dedicato tempo e attenzione a costruire un set di gioco per sé e per i compagni, trasformando un osso animale in uno strumento di svago condiviso.

Questa dimensione quotidiana riaffiora anche in un’altra scoperta che ha segnato il 2025: le scarpe insolitamente grandi rinvenute nel vicino Forte Magna Roman. All’inizio dell’anno sono state recuperate otto calzature lunghe almeno 30 centimetri, un dato eccezionale se confrontato con i circa 5.000 reperti calzaturieri scoperti a Vindolanda negli ultimi 55 anni, tra i quali solo pochissimi raggiungevano simili dimensioni. La nostra proposta interpretativa le legge come sovrascarpe, infilate sopra le calzature normali per le uscite o per i turni di guardia, con l’obiettivo di proteggere le scarpe principali e di ridurre il fango all’interno del forte.

Accanto a questi oggetti, il 2025 ha restituito anche un insieme di forcine per capelli, in osso, che confermano ukteriormente la presenza di donne e bambini all’interno del forte. Piccoli oggetti che parlano di cura di sé, di relazioni, di vita familiare, ben lontane dall’immagine di una frontiera esclusivamente militare.

E’ stato portato alla luce anche un anello d’argento con una gemma incisa raffigurante una lepre.

Nel mondo romano e latino, la lepre aveva un significato simbolico legato soprattutto alla fertilità e alla velocità, e in alcune accezioni, anche alla fragilità e alla vulnerabilità collegate alla rapidità e alal lussuria. Forse un soldato romano voleva ingraziarsi, con questa pietra incisa, prosperità e, al contempo, il miles gloriosus, voleva alludeva alla propria rapidità e alla capacità di sgattaiolare come una lepre per giungere all’oggetto del desiderio al quale non lasciava possibilità di fuga.

La lepre era tradizionalmente simbolo di fecondità, proprio per la sua prolificità e capacità di riprodursi rapidamente. Questo collegava l’animale a divinità della fertilità e della natura. Nel pantheon romano, la lepre veniva spesso associata a Venere, dea dell’amore, della bellezza e della generazione. La velocità e l’astuzia della lepre, inoltre, la rendevano simbolicamente connessa anche a divinità più dinamiche, come Mercurio, protettore dei viaggi, dei commerci e dei messaggi, noto per la sua rapidità e agilità.

Nell’iconografia e nella letteratura latina, Ovidio e Plinio il Vecchio citano la lepre sia come preda ambita che come emblema di fertilità e rapidità.

Quanto alla categorizzazione dei simboli animali, la lepre rientrava nei cosiddetti animali “lunari”, spesso collegati ai cicli della natura e della riproduzione, e talvolta all’elemento della terra fertile. Il suo carattere sfuggente e veloce rafforzava l’idea di agilità, ma anche di instabilità o precarietà, un concetto presente nei simboli e nei miti antichi. Una persona che – come probabilmente il proprietario dell’anello – poteva identificarsi con la lepre poteva essere veloce, sfuggente, astuta, dotata di desiderio inesauribile ma anche fragile o timorosa, richiamando le qualità simboliche dell’animale nel mondo romano.

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