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Ruota lo sguardo e compare un volto. Il misterioso oggetto magico antichissimo trovato ora nei campi di York. Quando fu battuto? Che funzione aveva? Perchè contiene immagini che cambiano? Cosa ci insegnano?

1/01/2026 | Stile Arte

E’ un piccolo oggetto scuro, irregolare, che giace sul palmo della mano. Non luccica, non ostenta iscrizioni, non promette certezze. Eppure, come accade talvolta agli oggetti antichi più enigmatici, basta ruotarlo di poco perché qualcosa si metta in moto: un’immagine si sposta, un segno cambia natura, una forma si rivela altra da sé. È così che, nelle scorse ore, nei campi attorno a York, il terreno ha restituito non solo un oggetto intrigante quanto una domanda sul tempo, sul sacro e sul modo stesso di guardare.

A sinistra l’elemento vegetale – simile a un triscele celtcoi, poi anglosassone o a un trifoglio o a una pianta che germina dal seme -. A destra, lo stesso oggetto ruotato di 180 gradi. La pianta si trasforma in un volto @ Foto di Wez Biddles

Il ritrovamento è avvenuto grazie al metal detector di Wez Biddles, che ha individuato questo minuscolo manufatto metallico durante una ricerca in un’area agricola nei dintorni dell’attuale città di York, nell’Inghilterra settentrionale, a circa 280–300 chilometri a nord di Londra. L’oggetto si presenta con un solo lato inciso, mentre l’altro è completamente liscio e privo di qualsiasi lavorazione. Le prime impressioni, condivise dallo stesso scopritore, oscillavano tra una possibile datazione medievale e un’ipotesi sassone. Ma una lettura più attenta delle forme e del linguaggio simbolico apre scenari più antichi.

Non siamo, con ogni probabilità, di fronte a una moneta in senso pieno. Manca una legenda, manca un sistema iconografico codificato, manca soprattutto quella chiarezza funzionale che caratterizza la monetazione ufficiale romana o medievale. Il rilievo è basso, quasi timido; il bordo irregolare; il tondello non sembra rifinito dopo la battitura. Tutti indizi che allontanano l’oggetto dalla sfera dell’economia strutturata e lo avvicinano a quella delle prove di conio, dei getti sperimentali o di quei manufatti liminari che abitano il confine tra segno, simbolo e gesto rituale.

L’immagine incisa è il centro del problema – e della sua forza evocativa. A una prima osservazione appare come un motivo vegetale stilizzato, simile a una piccola pianta o a un trifoglio, racchiuso entro un contorno ovale. Un tema che rinvia immediatamente al repertorio celtico, dove la forma vegetale non è ornamento, ma principio vitale, allusione alla crescita, al ciclo, all’energia che sale dalla terra. Non si tratta di un triscele canonico, ma di una sua possibile semplificazione, come spesso accade nei contesti periferici o nelle produzioni non ufficiali.

L’aspetto decisivo emerge però quando l’oggetto viene ruotato di 180 gradi. Il motivo vegetale si trasforma allora in un volto umano, con occhi, naso e una fisionomia appena accennata. Non un ritratto, ma una presenza. Questa reversibilità dell’immagine non è un incidente ottico: è un tratto ben noto dell’arte celtica insulare e di alcune produzioni simboliche tardoantiche, dove il segno è pensato per mutare significato a seconda del punto di vista. L’immagine non si offre frontalmente: chiede di essere scoperta.

Questa ambiguità controllata è una chiave interpretativa fondamentale. Un oggetto che contiene due immagini, una vegetale e una antropomorfa, riflette una concezione del sacro non gerarchica. Il divino non domina la natura, ma la attraversa e ne emerge. Ciò che può apparire illusorio o secondario a uno sguardo frettoloso è, in realtà, essenziale. È il pensiero che sta sotto l’oggetto, non sopra di esso.

Il luogo del ritrovamento rafforza questa lettura. York non è una località qualsiasi. In età celtica l’area era occupata dal territorio dei Briganti, una delle più potenti confederazioni tribali della Britannia settentrionale. Qui il paesaggio, le acque e la terra avevano un valore sacro profondo, e gli oggetti simbolici circolavano in forme che sfuggono alle categorie moderne. Con la conquista romana, nel 71 d.C., York divenne Eboracum, una delle città più importanti della Britannia romana: base della Legio IX Hispana e poi della Legio VI Victrix, centro militare, amministrativo e politico di primo piano. Da Eboracum furono governate le province settentrionali dell’isola; qui risiedettero imperatori come Settimio Severo e, per un periodo, Costantino.

Dopo il ritiro romano, la città non scomparve. In età anglosassone divenne Eoforwic, un centro ancora vitale, poi trasformato in Jórvík durante la fase vichinga. Questa continuità, fatta di stratificazioni culturali e simboliche, rende perfettamente plausibile la sopravvivenza e la rielaborazione di linguaggi figurativi antichi ben oltre la fine dell’amministrazione romana.

Dal punto di vista cronologico, l’insieme degli indizi – forma, iconografia, tecnica, assenza di legenda – orienta verso un orizzonte tardo celtico o celtoromano, collocabile tra il I secolo a.C. e il III secolo d.C., con la possibilità di una persistenza simbolica fino all’alto periodo anglosassone, tra V e VI secolo. In questi secoli di transizione sono ben attestati piccoli oggetti non monetali: gettoni, sigilli, amuleti, spesso privi di standardizzazione e fortemente legati a pratiche locali.

Il retro completamente liscio rafforza l’idea che non si tratti di un mezzo di scambio, ma di un oggetto con funzione diversa: forse votiva, forse identitaria, forse legata a pratiche di protezione o di passaggio. In molte culture celtiche e post-celtiche il valore non è numerico, ma relazionale. L’oggetto vale perché connette, non perché misura.

In questo senso, il piccolo manufatto emerso dal suolo di York sembra parlare con sorprendente coerenza. Non chiede di essere classificato in fretta, né ridotto a una definizione unica. Invita piuttosto a ruotare lo sguardo, ad accettare che una forma possa essere contemporaneamente pianta e volto, segno e spirito. Come se ricordasse che il mondo antico – e forse anche il nostro – non si lascia comprendere da un solo punto di vista, e che ciò che appare instabile o ambiguo è spesso ciò che custodisce il significato più profondo.

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