Basta immaginare l’atto concreto di attraversare una stanza: i passi che scorrono sul pavimento, lo sguardo che si abbassa, la decorazione che si offre come parte dell’uso quotidiano dello spazio. In età antica e tardoantica il mosaico non era un elemento neutro, quanto una superficie attiva, capace di trasmettere significati, di delimitare simbolicamente l’ambiente e di orientare chi lo abitava. La sala riemersa oggi nel centro di Smirne restituisce con chiarezza questa funzione, in cui geometria e segno concorrono a costruire un ordine riconoscibile. Un ordine che allontana il male. I segni, per gli antichi, non erano soltanto simboli, ma immagini in grado di agire. Immagini che pulsavano, richiamavano l’attenzione degli dei o del caos. Saperle usare era quindi fondamentale.
La scoperta do questo mosaico è avvenuta ora nel cuore dell’antica Smirne, l’attuale İzmir, grande città della Turchia occidentale affacciata sul Mar Egeo, circa 330 chilometri a sud-ovest di Istanbul e poco meno di 90 chilometri a nord di Efeso. Il sito archeologico si trova all’interno del tessuto urbano moderno, ai piedi del monte Pagos (oggi Kadifekale), in una posizione strategica che ha garantito alla città, fin dall’antichità, un ruolo centrale nei traffici e nella vita politica della regione.

Smirne fu uno dei principali centri della Ionia. Dopo una fase arcaica segnata dalla presenza eolica e ionica, la città conobbe una rifondazione in età ellenistica, secondo una tradizione collegata all’epoca di Alessandro Magno, con un nuovo impianto urbanistico regolare. In età romana divenne una delle città più prospere dell’Asia Minore, dotata di teatro, stadio, strade monumentali e di una vasta agorà, che fungeva da cuore amministrativo e commerciale. Anche in età tardoantica e bizantina Smirne mantenne un ruolo rilevante, prima di entrare nelle diverse fasi della storia medievale e ottomana, fino alla trasformazione ottocentesca che ne ha modellato l’aspetto moderno.
Lungo la Via Nord dell’Agorà, gli archeologi impegnati nel progetto ministeriale Heritage for the Future hanno riportato alla luce una sala pavimentata a mosaico di circa 3 per 4 metri, databile alla tarda antichità. Al centro della composizione campeggia il cosiddetto Nodo di Salomone, motivo geometrico formato da due anelli chiusi e intrecciati, incorniciato da pannelli regolari, elementi cruciformi e motivi vegetali stilizzati. Secondo il direttore degli scavi, il prof. Akın Ersoy dell’Università Katip Çelebi, – che ha sottolineato la natura magica del simbolo – si tratta del primo pavimento musivo rinvenuto nel sito dopo quasi settant’anni, un dato che ne sottolinea la rilevanza scientifica.
La collocazione dell’ambiente non è casuale. L’Agorà di Smirne costituiva il centro politico, commerciale e amministrativo della città, e la strada lungo cui si apre la sala era una delle principali arterie urbane, rimasta in uso almeno fino al IV–VI secolo d.C. Gli scavi condotti negli ultimi anni nell’area dell’agorà e del teatro stanno restituendo una stratigrafia complessa, capace di documentare la continuità dell’assetto urbano e delle funzioni pubbliche nel corso dei secoli.
La funzione originaria della sala non è ancora chiarita: ambiente privato o spazio pubblico restano ipotesi aperte.
Ma ciò che emerge dal disegno del mosaico, è il valore profondo del muro della civiltà che tiene lontano il caos e protegge un giardino geometrico in grado di emanare prosperità e fortuna.
Il giardino geometrico configurato dal mosaico può rappresentare sia l’interno di una casa che una città protetta e ben governata. Una banda corre tutto attorno al mosaico, proprio come un muro.

Nella parte superiore di questo giardino geometrico protetto c’è una figura poligonale che ricorda una fontana, nella quale i getti sono costituiti dal cosiddetto anello di Re Salomone, che simbolzza l’armonico patto tra uomini e cielo. Attorno alla fontana, come irrorati da acque celestiale crescono altri elementi geometrici che inscrivono quadrifogli o rosette
Nel suo insieme quindi il mosaico può essere interpretato come un hortus simbolico, uno spazio chiuso e regolato, definito da fasce perimetrali che funzionano come muri ideali. Nell’immaginario romano e tardoantico il giardino non è natura spontanea, ma natura governata, luogo di crescita ordinata e di stabilità. L’assenza di scene narrative e di figure in movimento rafforza l’idea di un ambiente pensato per esprimere misura, controllo e prosperità duratura.
La composizione è costruita su una griglia di figure geometriche regolari – triangoli, quadrati, trapezi, ottagoni – che organizzano lo spazio in modo rigoroso. In particolare l’ottagono, figura intermedia tra il quadrato e il cerchio, assume nella tarda antichità un valore simbolico legato al passaggio e all’equilibrio, qualità che ben si accordano con ambienti destinati alla rappresentazione o alla permanenza.

All’interno di queste unità geometriche compaiono rosette a quattro petali, riconducibili al quadrifoglio e, più in generale, al numero quattro come principio di stabilità e completezza: stagioni, elementi, punti cardinali. La vitalità evocata da questi motivi è sempre contenuta entro un ordine preciso: quello che discende dall’alleanza stretta con il cielo e protetta dagli uomini, affinchè essa stessa generi prosperità e gioia. Oltre che dalla banda che rappresenta i muri, l’orto geometrico offre un altro simbolo di protezione dello spazio: la pelta.

La pelta (nell’immagine, qui sopra) è un motivo ornamentale di origine militare, derivato dallo scudo leggero tracio (peltē), caratterizzato da una forma ricurva, a mezzaluna o a scure. Nei mosaici pavimentali, soprattutto tra III e VI secolo d.C., la pelta compare spesso inscritta in figure geometriche regolari, come triangoli o trapezi e probabilmente allude all’insieme di Difesa (se intesa come scudo) e Giustizia (se intesa come scure). Qui assume un valore apotropaico, legato alla protezione dello spazio abitato e alla giustizia.
Ma torniamo al cosiddetto Nodo di Salomone, motivo ornamentale a intreccio, spesso costituito da linee curve che si intersecano in un disegno continuo e simmetrico.

Nell’iconografia romana, questo motivo appare già nei contesti decorativi di mosaici, pavimenti, affreschi e oggetti di lusso, soprattutto tra il I secolo a.C. e il III secolo d.C. Era usato come ornamento simbolico e protezione apotropaica, in linea con la tradizione romana di inserire figure geometriche o intrecci nei contesti architettonici e decorativi. Esso rappresentava un patto, un’unione, un legame sacro e stabile, un flusso continuo che si stabiliva tra terra e cielo, tra uomini e uomini. Una convergenza che è forte come gli anelli di una catena, alla quale il simbolo pure somiglia.
Il nome “Nodo di Salomone” è posteriore, medievale, perché la tradizione cristiana ed ebraica medievale lo collega idealmente alla saggezza del re biblico, ma i Romani ne fanno uso ben prima che questo collegamento fosse formulato.

