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Perché questi fossili potrebbero riscrivere le origini dell’uomo? Un dettaglio osseo cambia tutto. Tracce di bipedalismo sette milioni di anni fa, molto prima di quanto si pensasse

5/01/2026 | Stile Arte

Per molto tempo abbiamo immaginato l’inizio della storia umana come un momento preciso: una scimmia che scende dagli alberi, si raddrizza, e compie i primi passi su due gambe. Ma cosa accadrebbe se quella scena fosse iniziata milioni di anni prima, in un ambiente diverso, con protagonisti che non assomigliavano affatto a noi?

Un fossile vecchio di sette milioni di anni, scoperto nel cuore dell’Africa, sta costringendo i paleoantropologi a rimettere mano a uno dei capitoli fondamentali della nostra storia evolutiva. Al centro di tutto c’è Sahelanthropus tchadensis, una creatura dal volto arcaico e dal cervello piccolo, che però potrebbe aver già compiuto la scelta decisiva: camminare eretta.


Un fossile al confine tra scimmia e uomo

Il reperto che da vent’anni divide la comunità scientifica

Quando Sahelanthropus tchadensis venne scoperto nei primi anni Duemila nel deserto del Djurab, in Ciad, il suo cranio – soprannominato Toumaï – suscitò immediatamente stupore. Il volto era sorprendentemente piatto, con canini ridotti, caratteristiche che sembravano avvicinarlo agli ominini. Ma il cervello era piccolo, non più grande di quello di uno scimpanzé moderno.

Era davvero un nostro antenato? O soltanto una scimmia estinta con qualche tratto “ingannevole”?
Per anni la discussione si è concentrata quasi esclusivamente sul cranio, perché mancavano ossa decisive per capire come si muovesse questo antico essere.

Senza gambe, bacino o braccia ben conservate, stabilire se Sahelanthropus camminasse su due gambe era quasi impossibile. E senza bipedalismo, difficilmente poteva essere considerato parte della nostra linea evolutiva.


Quando nasceva l’uomo eretto, secondo la visione tradizionale

Lucy e una data che sembrava scolpita nella pietra

Fino a poco tempo fa, i manuali raccontavano una storia relativamente lineare. Il bipedalismo – cioè la capacità di camminare stabilmente su due gambe – sarebbe comparso tra 4 e 6 milioni di anni fa, nell’Africa orientale.

Il simbolo di questa fase è Australopithecus afarensis, la famosa Lucy, vissuta circa 3,2 milioni di anni fa. Lucy camminava già eretta, anche se con un’andatura diversa dalla nostra, e rappresentava il primo passo sicuro verso l’umanità.

Prima di lei, si pensava, c’erano solo antenati arboricoli. Dopo di lei, il cammino verso il genere Homo.
Ma Sahelanthropus è più antico di almeno due milioni di anni. Se fosse bipede, significherebbe che la postura eretta precede di molto ciò che credevamo.


Il dettaglio che cambia la storia

Un piccolo rilievo osseo e il legamento più potente del corpo umano

Fossili 
di S. tchadensis (TM 266) confrontati con quelli di uno scimpanzé e di un essere umano.
Cranio, ulna e femore  di scimpanzé (  P. troglodytes ) ( A ); cranio originale (non modificato) TM 266-01-060, TM 266-01-050 (ulna sinistra) con TM 266-01-358 delineato prossimalmente e un esemplare di scimpanzé delineato distalmente; TM 266-01-063 con femore di  O. tugenensis (BAR 1002′00) delineato prossimalmente e AL 333-4 (  A. afarensis ) delineato distalmente ( B ); cranio, ulna e femore di uomo ( 
H. sapiens ) (C ). I campioni sono impostati su una scala approssimativa, ad eccezione di BAR 1002′00, le cui dimensioni sono state aumentate per approssimare quelle di TM 266-01-063. La linea grigia delimita le lunghezze approssimativamente uguali di ulna e femore di scimpanzé.

La svolta arriva da uno studio pubblicato su Science Advances, basato sull’analisi di ossa ritrovate insieme al cranio: un femore e due ulne.
Grazie a sofisticate tecniche di imaging 3D e morfometria geometrica, i ricercatori hanno individuato un elemento chiave: un tubercolo femorale.

Questo piccolo rilievo osseo è il punto di inserzione del legamento ileofemorale, il più forte del corpo umano. È lui che ci permette di stare in piedi senza affaticare continuamente i muscoli, stabilizzando il bacino durante la camminata.

Finora, una struttura simile era stata osservata solo negli ominini bipedi. Non nelle scimmie. Non negli antenati arboricoli.
La sua presenza in Sahelanthropus è un indizio potentissimo.


Tre prove che raccontano la stessa storia

Il bipedalismo non come ipotesi, ma come insieme di adattamenti

Il nuovo studio non si basa su un solo elemento isolato. I ricercatori hanno identificato tre caratteristiche convergenti:

  1. Il tubercolo femorale, legato al legamento ileofemorale, fondamentale per la postura eretta
  2. L’antiversione del femore, una torsione dell’osso che orienta le gambe in avanti, tipica della locomozione bipede
  3. La struttura dei muscoli glutei, ricostruita tramite modelli 3D, simile a quella dei primi ominini e indispensabile per mantenere l’equilibrio su due gambe

Questi tratti, considerati insieme, indicano una capacità di camminare eretti funzionale e stabile, non occasionale.


Camminare su due gambe, ma restare scimmia

Un corpo adattato a due mondi

Sahelanthropus non era un essere umano primitivo nel senso comune del termine. Aveva braccia relativamente lunghe, un corpo ancora adatto all’arrampicata, e probabilmente trascorreva molto tempo sugli alberi.

Ma il suo scheletro racconta un’altra storia quando si tratta di locomozione terrestre. Il rapporto tra la lunghezza del femore e quella dell’ulna è intermedio: diverso da quello delle scimmie moderne, più vicino a quello di Australopithecus.

Questo suggerisce un comportamento flessibile: arrampicatore sugli alberi, ma bipede efficiente al suolo. Un adattamento perfetto per ambienti misti, fatti di foreste aperte e radure.


Un’origine del bipedalismo più antica – e più complessa

Non una rivoluzione improvvisa, ma un lungo esperimento evolutivo

Se Sahelanthropus camminava eretto, allora il bipedalismo non nasce nella savana aperta, come si è creduto a lungo, ma forse in ambienti boschivi, come strategia adattativa e non come conseguenza della perdita degli alberi.

In questo scenario, la postura eretta non è il risultato finale dell’evoluzione umana, ma uno dei suoi primi esperimenti.
Un tratto comparso molto presto, forse vicino alla separazione evolutiva tra la nostra linea e quella di scimpanzé e bonobo.


Camminare prima di diventare umani

Una nuova prospettiva sulle nostre origini

Forse non è stato il cervello a renderci umani.
Forse la vera svolta è arrivata quando abbiamo imparato a stare in piedi, a guardare il mondo da un’altra altezza, a muoverci in modo diverso nello spazio.

Sahelanthropus tchadensis ci mostra un’umanità ancora in potenza: un essere che non era ancora uomo, ma che aveva già intrapreso la strada che avrebbe portato, milioni di anni dopo, a noi.

E come spesso accade in archeologia e paleoantropologia, è un dettaglio minuscolo – un piccolo osso, un legamento invisibile – a ricordarci che la storia dell’uomo non è mai definitiva.


Fonti:
Scott A. Williams et al.,Earliest evidence of hominin bipedalism in Sahelanthropus tchadensis.Sci. Adv.12,eadv0130(2026).DOI:10.1126/sciadv.adv0130

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