Il volto divino riappare tra le rovine di edifici che erano il nucleo pulsante della vita civica. Ha i capelli ricciuti, gli abbozzi d’ali che appaiono come nuclei di corna sulla testa. Le labbra carnose. Il viso perfettamente regolare. E’ un giovane dio colto nel momento in cui è diventa adulto.
La notizia delle scoperta della testa di Hermes o Mercurio è stata data in queste ore dal Ministero della Cultura e del Turismo della Turchia, nell’ambito del progetto Geleceğe Miras (Patrimonio per il Futuro). Il ritrovamento è avvenuto durante gli scavi archeologici a Laodikeia – situata nei pressi dell’odierna Denizli, nel sud-ovest della Turchia, a circa 60 chilometri dalle sorgenti termali di Pamukkale e a 520 chilometri dalla capitale Ankara. Denizli, oggi è una città industriale e commerciale di oltre 1 milione di abitanti, ha radici antiche: sviluppatasi come insediamento ellenistico e poi romano, legava la propria prosperità ai laboratori di tessitura, alle attività agricole e agli scambi lungo la valle del fiume Lico. La città forniva servizi e merci alle comunità circostanti e sorgeva lungo le rotte che collegavano l’entroterra anatolico alla costa e ai centri mediterranei.

Fondata nel III secolo a.C. come città ellenistica e ampliata poi sotto l’egida romana, Laodicea si collocava su un nodo cruciale di comunicazioni: crocevia di scambi commerciali e culturali, con una vivace vita urbana che finanziava opere pubbliche imponenti come teatri, strade colonnate, templi e complessi amministrativi come il Bouleuterion – un edificio pubblico che in Grecia e nelle città ellenistiche e romane fungeva da sede del consiglio cittadino, dove i membri del governo locale discutevano e prendevano decisioni amministrative – e il Prytaneion, cuore dell’identità civica.
La testa di Hermes è stata rinvenuta nel corridoio orientale del Bouleuterion, scolpita in marmo Dokimeion (proveniente da İscehisar), celebre per la sua purezza e durata. Le analisi preliminari la collocano nella metà del II secolo d.C., periodo di grande fioritura artistica nell’Anatolia romana. Il volto giovane e armonioso, gli occhi e le iridi finemente cesellati, i capelli ricci e l’emblematica ala che si affaccia sul capo richiamano chiaramente l’eredità del grande Prassitele, conferendo all’opera un equilibrio tra realismo e idealizzazione che ha reso celebre il tipo Hermes Andros in tutto il Mediterraneo. Ogni tratto non è mero decoro, ma un messaggio simbolico: la scultura incarnava valori civici, comunicazione e prosperità. La testa di Mercurio è emersa proprio nella sede del consiglio comunale antico.
Nella tradizione greco-romana, Hermes – o Mercurio – non era solo messaggero degli dèi, ma divinità protettrice del commercio, dei viaggiatori, dei confini e dei contratti. Il suo culto era profondamente radicato nelle città commerciali come Laodicea: statuette e ritratti lo collocavano in luoghi strategici, dalle porte cittadine agli edifici pubblici, a simboleggiare il flusso ordinato delle transazioni e della vita civica. La scultura scoperta si inserisce perfettamente in questa tradizione: il giovane dio con ali ai piedi e ai capelli, dinamico e attento, sottolinea l’ideale romano di equilibrio tra efficienza amministrativa e bellezza artistica. Non era solo arte per l’occhio, ma strumento di comunicazione simbolica, testimonianza della connessione tra divinità, politica e vita quotidiana.

La scoperta conferma la reputazione di Laodicea come città ricca e culturalmente vivace. Gli edifici pubblici non erano semplici contenitori di funzioni amministrative, ma veri e propri teatri di identità civica. La presenza di Hermes nel Bouleuterion suggerisce l’attenzione dei cittadini alla buona gestione dei commerci e delle relazioni pubbliche, riflettendo una società consapevole del valore della comunicazione, del movimento e della mediazione divina. La città stessa, con le sue mura, i templi e i complessi monumentali, diventava un palcoscenico su cui arte e vita si intrecciavano.
Dopo il rinvenimento, la testa è stata sottoposta a un rigoroso protocollo di conservazione e catalogazione, assicurando la protezione del manufatto e del contesto architettonico. Gli scavi, proseguendo nell’ambito del progetto Geleceğe Miras, promettono ulteriori sorprese e una comprensione più ampia della vita urbana e artistica della regione. La scultura non solo arricchisce le collezioni museali, ma diventa testimonianza tangibile della fusione tra arte, religione e civiltà pubblica nel mondo romano d’Anatolia, illuminando storie del passato e riportandole con grazia al presente.

