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Meraviglia. Un sigillo prezioso con gemma romana viene dichiarato tesoro. E’ il “segreto di Riccardo”. Ma chi era Riccardo? Quale il suo segreto? Cosa ci dice di sé? Che significato hanno i due cavalli? Un’equipe italiana risolve l’enigma

4/01/2026 | Stile Arte

E’ di grande interesse un oggetto antico trovato in un campo agricolo e dichiarato pubblicamente “tesoro” proprio in queste ore. Il sigillo medievale, attorno al quale corre la scritta “Secretum Ricardi” – Segreto di Riccardo – reca al centro una preziosa gemma incisa romana, di elevata qualità un reperto che, all’epoca, era già straordinariamente antiquario. La gemma rappresenta due cavalli e un auriga. Ma qual è il significato dell’insieme? Che segreto nasconde l’oggetto? A queste immagini, hanno lavorato nelle ore scorse, gli studiosi di Stile arte, giungendo a una risposta argomentata, di grandisssimo interesse.

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Facciamo un passo indietro e osserviamo bene il reperto, È un sigillo medievale in argento, rinvenuto nell’Essex, a Gosfield, da un cercametalli, ma il suo cuore è romano: una corniola incisa con una biga di straordinaria qualità, incisa tra la fine del I secolo a.C. e gli inizi del I secolo d.C., in piena età augustea, secondo gli archeologi inglesi. Un reperto apparso enigmatico, sospeso tra la cultura classica e la devozione medievale, e che secondo gli studiosi di Stile arte, trova una chiave di lettura coerente e sorprendente.

La pietra rossa mostra due cavalli al trotto, dalle membra sottili e nervose, che trainano un piccolo carro da corsa. L’auriga, saldo alle redini, impugna una lunga frusta: la scena è dinamica, calibrata, costruita secondo i canoni più alti dell’arte glittica romana. Non si tratta di un’intaglio qualunque, ma di un prodotto raffinato, destinato in origine a un committente colto e benestante, capace di apprezzare il valore simbolico e artistico delle immagini legate al mondo delle corse, della virtus e del controllo razionale.

Molti secoli più tardi, tra il XIII e il XV secolo, questa gemma viene incastonata in una lunetta d’argento e trasformata in un sigillo. Sul bordo corre un’iscrizione incisa a lettere speculari, concepite per essere lette correttamente solo una volta impressa la matrice sulla cera: +SECRETVM . RICARDI. La formula è nota nel Medioevo e indica il “sigillo riservato di Riccardo”, destinato a garantire autenticità e identità. E sono proprio questo nome, Riccardo, la piccola croce e i due cavalli ad aver aperto una pista interpretativa decisiva.

Ora un gruppo di studiosi italiani propone una lettura più profonda e culturalmente stratificata: il sigillo sarebbe in rapporto con san Riccardo di Chichester, figura venerata nel Medioevo e progressivamente divenuta protettore dei cocchieri e di chi governa i cavalli. Egli, infatti, nella propria gioventù guidava i cavalli e i carri, per l’azienda agricola della famiglia.. Ed evidentemente, per tutta l’eistenza, manifestò queste sue notevoli capacità, oltre a condurre un’esistenza irreprensibile, in cui il controllo delle proprie passioni e l’autentica carità cristiana si ponevano centralmente. Condusse anche una diocisi, in modo santo.

La presenza nell’epigrafe di una crocetta, nel sigillo, potrebbe costituire un attributo sacerdotale al nome di Riccardo. Inoltre i due cavalli e l’auriga rinviano anche – e strettamente – al mondo platonico. Il buon auriga, infatti, è in grado di controllare la propria anima, risolvendo con abilità il conflitto tra il mondo materiale (cavallo nero) e il mondo spirituale (cavallo bianco) La connessione non è casuale, ma costruita su una fitta rete di rimandi simbolici, filosofici e devozionali.Il segreto di Riccardo – nome che, peraltro, nella sua radice etimologica germanica Rik-hard, sognifica “potente nel comando”, “forte nel governo” – diventa ambivalente. E’ un sigillo per documenti riservati e, al tempo stesso, è un “segreto” – inteso come conoscenza dei meccanismi che consentono di raggiungere abilità in un mestiere – per guidare la propria vita e quella degli altri, in direzione del bene. Come? La risposta sta nella gemma incisa, interpretabile, nel contesto del sigillo, come il mito della biga alata di Platone, descritto nel Fedro.

Platone, come dicevamo, racconta l’anima come un carro trainato da due cavalli opposti, uno bianco, docile e nobile, e uno nero, ribelle e istintivo, guidati da un auriga che incarna la ragione. Il compito dell’auriga è arduo: mantenere l’equilibrio, dominare le forze contrastanti, indirizzare il movimento verso l’alto. Secondo gli studiosi italiani, la gemma romana che rappresenta una biga fu intenzionalmente collocata nel sigillo medievale per riecheggiare consapevolmente questa immagine: i due cavalli, pur non distinguibili cromaticamente, alludono a una dualità morale e spirituale ben nota alla cultura classica e medievale..

Riccardo di Chichester studiò a Oxford, Parigi e Bologna, cioè in centri dove il pensiero antico circolava attraverso mediazioni cristiane, soprattutto con Agostino, che rielabora temi platonici, o il pseudo-Dionigi, che porta una visione gerarchica e ordinata dell’anima. E’ qui che si recupera la platoniana ratio come auriga delle passioni, già filtrata e cristianizzata.

Quando san Riccardo di Chichester fu di fatto esiliato dalla sua diocesi a causa del conflitto con Enrico III, non lasciò l’Inghilterra e non si rifugiò all’estero. La sua fu piuttosto una marginalizzazione forzata interna, durata dal 1244 al 1246.

Privato dei beni episcopali e dell’accesso alla cattedrale di Chichester, Riccardo visse in condizioni di estrema povertà, spostandosi tra piccole comunità religiose e case private che gli offrivano ospitalità. Le fonti ricordano in particolare la sua presenza presso monasteri e canoniche nel sud-est dell’Inghilterra, soprattutto in Kent e nelle aree limitrofe, dove continuò a esercitare il ministero pastorale in forma quasi clandestina: predicava, amministrava i sacramenti, visitava i poveri. Poi fu gloriosamente riammesso alla cattedra della diocesi.

La reputazione della sua santità fu così vasta e condivisa che, a soli nove anni dalla morte, papa Urbano IV ne proclamò la canonizzazione il 22 gennaio 1262. Il 16 giugno 1276, alla presenza del re Edoardo I, di numerosi vescovi e di alte autorità del regno, le sue spoglie vennero solennemente trasferite dalla sepoltura originaria a un reliquiario collocato dietro l’altare maggiore della cattedrale di Chichester. Quel prezioso contenitore sacro fu però distrutto il 20 novembre 1538, durante le persecuzioni religiose volute da Enrico VIII, e da allora le reliquie del santo risultano disperse e irrintracciabili

San Riccardo diventa il garante simbolico e celeste di un equilibrio difficile da raggiungere: modello di guida interiore, colui che sa tenere unite e ordinate le forze contrastanti dell’animo umano, e protettore dei cocchieri che possono uscire di strada o svagliare la via, esponendosi a gravi rischi. Il proprietario del sigillo, chiamato Riccardo, potrebbe aver scelto consapevolmente questa immagine per dichiarare la propria adesione a un ideale di controllo, misura e autorità morale.

I sigilli con gemme romane incastonate erano, del resto, strumenti eminentemente personali. Non servivano alla burocrazia ufficiale, ma alla sfera privata, come segni di riconoscimento e di prestigio. Gli intagli più antichi e raffinati, come questa corniola augustea, erano ricercati da uomini di alto rango, capaci di apprezzare il valore simbolico dell’antico. La scelta di una biga ha, in questo contesto, una connotazione etica, fondata sull’idea di guida e dominio di sé. Rimane certo difficile affermare a chi appartenesse il sigillo e chi ne fece uso. Certo è il fatto che epigrafe e simboli, nonchè il nome e la croce episcopale rinviano al pensiero riccardiano e alla sua figura.

Il ritrovamento a Gosfield, dichiarato tesoro secondo la legislazione britannica, aggiunge un ulteriore livello alla storia dell’oggetto. Se nessun museo locale deciderà di acquisirlo, il sigillo potrebbe tornare nelle mani di chi lo ha scoperto, continuando il suo viaggio attraverso il tempo. Ma il suo significato, ormai, appare meno oscuro. Grazie alla lettura proposta dagli studiosi italiani, l’enigma si ricompone: il sigillo di Riccardo non è soltanto un raffinato esempio di riuso medievale dell’antico, ma un manifesto simbolico, in cui san Riccardo, la filosofia platonica e l’arte romana si fondono in un’unica immagine di straordinaria potenza evocativa.

Un piccolo oggetto, dunque, capace di raccontare una lunga storia di continuità culturale, in cui il gesto di imprimere un sigillo diventa atto di identità, fede e pensiero. E la biga, lanciata in un moto eterno, continua a correre tra i secoli, guidata da mani diverse ma sempre carica dello stesso, antico significato.

La notizia di cronaca della scoperta e del riconoscimento del sigillo come “tesoro” è stata data dalla Bbc. Lo studio è stato condotto dai ricercatori di Stile arte

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