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Lucente splendore. Trovata ora. E’ gallo-romana. Di una ragazza? Riemerge dal terreno con una freschezza cromatica straordinaria. Cos’era? Perchè era magica? Poteva servire a interrogare il futuro?

2/01/2026 | Stile Arte

C’è un oggetto che, quando riaffiora dalla terra, sembra portare con sé non solo il tempo, ma il movimento stesso delle culture. È piccolo, circolare, decorato di colori che resistono da quasi duemila anni, eppure capace di raccontare traffici, migrazioni, infanzie antiche, simboli condivisi e identità ibride. La sua superficie smaltata, ancora sorprendentemente viva, non parla di un mondo isolato, ma di un’Europa già allora fitta di relazioni.

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Nei pressi di Grudziądz, nel nord della Polonia, una fibula smaltata di epoca romana è stata individuata durante un’ispezione di routine, svolta in questi giorni con metal detector dai membri dell’Associazione della Fortezza di Grudziądz. La scoperta è stata immediatamente segnalata all’Autorità per la conservazione del Voivodato, secondo le procedure previste, quando ci si è resi conto che non si trattava di un oggetto comune. È considerata infatti solo la seconda fibula di questo tipo rinvenuta in Polonia, un dato che ne sottolinea la rarità e l’importanza scientifica. L’oggetto metallico è stato dipinto con smalti cioè pigmenti colorati legati da una potente vernice trasparente. In alcuni punti la vernice presenta distacchi.

Il contesto non è meno eloquente del manufatto. Le indagini precedenti nell’area avevano già restituito ceramiche romane, altre fibule, un cucchiaio per cosmetici, frammenti di pendenti da cintura, uno sperone, un ornamento per capelli, una moneta germanica e persino una punta di lancia scita. Un insieme eterogeneo che suggerisce con forza la presenza di un insediamento multiculturale, collocato in prossimità della storica Via dell’Ambra, il grande asse commerciale che metteva in comunicazione il Baltico con il Mediterraneo romano.

La fibula è ancora in fase di studio, ma gli archeologi la confrontano con cautela con un esemplare molto simile rinvenuto nella tomba di un bambino nel cimitero di Babi Dół-Borcz, nel comune di Somonino. Quel sito, indagato tra il 1978 e il 2015 da équipe dell’Università Jagellonica e dell’Università di Łódź, è associato alla cultura di Wielbark, tradizionalmente collegata all’arrivo dei Goti dalla Scandinavia nei primi secoli dell’era cristiana.

L’esemplare di Babi Dół-Borcz è un disco circolare di 3,3 centimetri, dotato di pomo centrale, decorato con smalto bianco e blu alternato e con un anello di smalto rosso attorno al centro. La fibula di Grudziądz appare quasi identica nella concezione formale, ma leggermente più grande e caratterizzata da dodici protuberanze periferiche anziché otto. Un dettaglio che non modifica l’impianto simbolico dell’oggetto, ma suggerisce una variante di bottega o una diversa fase produttiva.

Le fibule smaltate a disco, spesso organizzate secondo un motivo radiale o “a ruota”, furono prodotte in numerose province dell’Impero, con una particolare concentrazione in Gallia e Rezia, tra la fine del I e la metà del II secolo d.C. La tecnica dello smalto, eredità del mondo celtico, venne pienamente integrata nel repertorio romano provinciale, dando vita a oggetti che univano funzione pratica, valore decorativo e significato simbolico.

Non è casuale che queste spille compaiano spesso in sepolture femminili e infantili. Le fonti archeologiche suggeriscono che fossero indossate soprattutto dalle ragazze, e che potessero svolgere un ruolo che andava oltre quello di semplice fermaglio per gli abiti. La forma a ruota, il gioco dei colori, il rilievo centrale potevano alludere al movimento, al sole,- inteso come ruota di un gigantesco carro – al ciclo del tempo, a una trottola celtica, trasformando la fibula in un amuleto protettivo, forse anche in un oggetto con una dimensione ludica, senza che questo ne sminuisse il valore simbolico. La fibula potrebbe essere stata ispirata da una trottola di tipo gallo-romano. Esistevano anche trottole metalliche e bisogna aggiungere che le trottole antiche non erano soltanto giocattoli: in alcune culture venivano usate anche in giochi di fortuna o in pratiche divinatorie, simili all’uso di altri oggetti rotanti in epoche successive.

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La fibula era usata come una spilla. Nella parte posteriore, possiamo osservare l’ago. La presenza di un’asola metallica nella parte anteriore pone un interrogativo sul fatto che l’oggetto potesse essere utilizzato anche a livello di pendente . Ma l’asola stessa poteva anche essere decorata con l’inserimento di una frangia @ Grudziądzkie Stowarzyszenie Twierdza  

E’ possibile che la fibula – dotata di 12 petali – alludesse a oggetti simili, usati anche come trottole divinatorie, che potevano essere interrogate per ottenere risposte come “sì” (l’arancione del sole) o no (il blu della notte) rispetto a un quesito posto. Una divinazione probabilmente rimasta nel gioco “m’ama o non m’ama”, che si svolge togliendo progressivamente i petali a una margherita. Le risposte avrebbero potuto anche essere anche più complesse, grazie ad altre combinazioni con il nucleo dell’oggetto. Dobbiamo poi ricordare l’effetto di fusione dei colori che veniva ottenuto durante la rotazione della trottola e il rimaterializzarsi del colore quand’essa s’appoggiava ai petali, finito il proprio moto circolare. Effetti che parevano connettersi a un mondo divino o magico. Poteva apparire il volto del sole, quand’essa veniva fatta ruotare?

La fubula nella visione frontale e laterale. In quest’ultima appaiono con evidenza il pomolo, simile a quello delle cime delle trottole celtiche, e, nel verso opposto, l’ago. E’ possibile che la spilla potesse essere fatta ruotare, come un gioco, appoggiandola al punto arcuato dell’ago

Perchè 12 petali? Nella Gallia romana – dove probabilmente questa spilla venne prodotta – o nell’ambito delle culture celtiche, il numero dodici era percepito come un vero e proprio simbolo di perfezione, armonia e ordine, presente sia nella vita quotidiana sia nei rituali religiosi, e costituiva un riferimento costante nelle strutture temporali, sociali e cosmiche. La giornata, come in tutto il mondo romano, era suddivisa in dodici ore di luce, con la notte articolata in quattro vigiliae; in Gallia, dove le ore estive potevano essere molto lunghe e quelle invernali brevi, questa suddivisione consentiva di regolare con precisione le attività agricole, i lavori comunitari e le cerimonie religiose, creando un ritmo naturale scandito da un numero simbolicamente perfetto. Anche l’anno romano, composto da dodici mesi, esprimeva la stessa armonia, e molte feste locali venivano sincronizzate con questo calendario, spesso adattando divinità celtiche agli schemi romani.

Il numero dodici era inoltre presente nel mondo divino e rituale. Pur con una religiosità locale che univa elementi galli e romani, si trovano riferimenti a dodici divinità protettrici di luoghi specifici, fiumi o sorgenti, e nei culti pubblici e privati la simmetria di dodici elementi su altari, incisioni votive o arredi rituali rifletteva una visione del cosmo ordinata e misurata. In questo senso, il dodici non era solo un numero di conteggio, ma un simbolo concreto di equilibrio, capace di armonizzare il mondo terrestre e quello divino.

Anche nel regno vegetale e naturale la perfezione del dodici trovava un’eco. Tra le margherite spontanee della Gallia romana, i petali – le cosiddette ligule – mostravano variazioni tra dieci e ventuno, ma in alcune fioriture più regolari era possibile osservare dodici petali, una simmetria che la botanica romana tendeva a considerare armonica. Un fiore con dodici petali si inseriva così nell’ideale culturale di ordine, riflettendo, seppure in piccolo, la stessa perfezione numerica che governava le ore della giornata, i mesi dell’anno e le divinità protettrici.

Il numero dodici, in definitiva, era il filo conduttore che univa il tempo, il cielo, la terra e le credenze religiose: scandiva le ore e le stagioni, ordinava i cicli agricoli, strutturava le festività e i rituali, e trovava riscontro nei simboli naturali come i fiori. Per i popoli gallo-romani, esso rappresentava la misura dell’armonia universale, un numero che combinava praticità e spiritualità, e che restava presente in ogni ambito della vita quotidiana e sacra.


Il rinvenimento di Grudziądz si inserisce così in un quadro più ampio, in cui il mondo romano non appare come un centro che irradia modelli rigidi, ma come un sistema capace di assorbire e rielaborare tradizioni locali, lasciando spazio a forme ibride. In queste piccole ruote smaltate convivono l’estetica celtica, le reti commerciali romane, le identità delle popolazioni barbariche e le pratiche quotidiane di comunità poste ai margini, ma non fuori, della storia imperiale.

Tutti i reperti recuperati sono stati messi in sicurezza e affidati all’Ufficio provinciale per la conservazione; in futuro confluiranno nelle collezioni del Museo di Bydgoszcz, dove la fibula potrà essere letta non come curiosità isolata, ma come testimonianza concreta di una frontiera viva, attraversata da persone, oggetti, idee e simboli che continuavano a ruotare, proprio come il piccolo disco smaltato riemerso dal suolo polacco.

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