Per un tempo che possiamo solo intuire, il sole sembrò indebolirsi. La luce si fece avara, le stagioni incerte, i raccolti vulnerabili. In un angolo del Baltico, una comunità neolitica reagì non con migrazioni immediate, ma incidendo la pietra, miniaturizzando il cosmo, affidando a piccoli segni il compito di ristabilire un ordine spezzato. Cos’era stato commesso, dagli uomini? Perchè quel grande freddo? Era possibile richiamare l’azione del sole, creando immagini di esso che permettessero alle divinità inferiori di intercedere con lui? È questo scenario che un’ampia indagine scientifica internazionale ha cercato di ricostruire, intrecciando dati archeologici, paleoclimatici e ambientali, i cui esiti sono stati pubblicati nel saggio Sun stones and the darkened sun: Neolithic miniature art from the island of Bornholm, Denmark, diffuso online da Cambridge University Press. Lo studio, firmato da Poul Otto Nielsen, Lasse Vilien Sørensen, Anders Svensson, Jørgen Peder Steffensen, Alexander Land, Michael S. Thorsen e Finn Ole Sonne Nielsen, rappresenta oggi il riferimento principale per comprendere natura, cronologia e significato di questo fenomeno eccezionale.

L’indagine prende le mosse da un dato archeologico che, per scala e concentrazione temporale, non trova confronti nel Neolitico europeo. Sull’isola danese di Bornholm, nel sito di Vasagård, sono state recuperate oltre seicento lastre di pietra incise, intere e frammentarie, databili all’inizio del III millennio a.C.. Provengono dai fossati di un recinto rialzato e costituiscono un unicum nell’arte miniaturistica preistorica. Gli studiosi le hanno definite “pietre del sole”, per la frequenza di motivi raggiformi, spesso associati a segni che evocano la crescita delle piante coltivate. Non si tratta di oggetti dispersi nel tempo: la loro produzione e deposizione appare concentrata in un brevissimo arco cronologico, attorno al 2900 a.C., e avvenne in massa, come risultato di un’azione coordinata e intenzionale.
La forza interpretativa dello studio risiede proprio nell’aver collocato queste miniature incise in un quadro più ampio, dove il gesto rituale dialoga con eventi climatici di portata emisferica. La concentrazione temporale e quantitativa delle pietre è uno degli elementi più sorprendenti. Prima e dopo questo momento, né a Vasagård né nel vicino sito di Rispebjerg – dove sono state rinvenute poco più di venti lastre analoghe – simili manufatti compaiono nella documentazione archeologica. Un gesto collettivo, intenso, circoscritto, che suggerisce una risposta a un evento percepito come straordinario. Le immagini solari e vegetali sembrano rimandare non a un simbolismo generico, ma a una crisi concreta, avvertita come minaccia all’equilibrio tra cielo, stagioni e produzione agricola.
Le ipotesi avanzate oscillano tra due possibilità non necessariamente alternative: le pietre potrebbero essere state deposte durante una fase di stress climatico, come atto propiziatorio per “richiamare” il sole e salvaguardare i raccolti, oppure al termine della crisi, come gesto di celebrazione per il ritorno della luce. A Vasagård, inoltre, la deposizione coincide con un cambiamento rituale significativo: il passaggio da attività incentrate sul grande recinto rialzato a nuovi rituali che si svolgevano in piccole case di culto circolari, spazi più raccolti, forse più adatti a pratiche simboliche ripetute e condivise.
Un’eclissi solare non sembra offrire una spiegazione convincente. Le ricostruzioni astronomiche mostrano che nessuna eclissi di grande portata fu visibile a Bornholm tra il 3000 e il 2000 a.C., e la brevità di un simile evento difficilmente giustificherebbe una mobilitazione rituale di tale ampiezza. Ben più solido è invece il quadro restituito dalle ricostruzioni paleoclimatiche, che convergono sull’esistenza di ripetuti episodi di forte raffreddamento intorno al 2900 a.C., in grado di ridurre drasticamente la luce solare e compromettere le rese agricole.
Le varve lacustri dell’area dell’Eifel, in Germania, registrano una estrema riduzione della radiazione solare in due fasi distinte, tra il 2927–2892 e il 2877–2872 a.C. Gli anelli di accrescimento degli alberi della valle del Meno mostrano marcatori anatomici compatibili con gelate primaverili ed estive, protratte per più anni. Segnali analoghi emergono anche negli Stati Uniti occidentali, nei longevi pini bristlecone, dove compaiono minimi di crescita e tracce di gelo proprio negli anni attorno al 2900 a.C. Questi dati coincidono con picchi di solfati rilevati nelle carote di ghiaccio groenlandesi, indicatori affidabili di grandi eruzioni vulcaniche.
Le eruzioni immettono aerosol di solfato nella stratosfera, creando una foschia persistente che riflette la radiazione solare e abbassa le temperature su scala globale. Non è casuale che un’importante eruzione sia stata identificata nelle carote di ghiaccio della Groenlandia intorno al 2931 ± 11 a.C., e in quelle antartiche attorno al 2910 ± 19 a.C.. Le incertezze cronologiche delle diverse scale temporali si sovrappongono, e il confronto con eventi storicamente noti – come l’eruzione del Tambora nel 1815 o quella dell’Okmok II nel 43 a.C., ricordata dalle fonti classiche per i suoi effetti devastanti – suggerisce un impatto climatico acuto e prolungato anche nel tardo Neolitico.
In questo contesto, le pietre del sole di Vasagård appaiono come la materializzazione rituale di una crisi ambientale. Incidere il sole, moltiplicarne l’immagine, seppellirla in un luogo sacro protetto da palizzate di legno poteva significare intervenire simbolicamente sull’ordine cosmico, tentare di ristabilire la regolarità delle stagioni e la fertilità dei campi. Non un gesto individuale, ma uno sforzo comunitario, che presuppone coordinamento, condivisione di credenze, investimento di tempo e risorse in un momento probabilmente segnato da scarsità.
La crisi climatica del 2900 a.C. si inserisce inoltre in una fase di profonda trasformazione culturale nella Scandinavia meridionale. È l’inizio della fase finale della cultura del Bicchiere a Imbuto, caratterizzata dall’abbandono delle grandi tombe megalitiche, da cambiamenti nella cultura materiale e dall’intensificarsi dei contatti con gruppi a economia più marcatamente marina. I dati genetici e paleoambientali indicano declino demografico, riforestazione, diffusione di patogeni, segnali di quello che è stato definito un vero e proprio “declino neolitico”.
In un simile scenario, l’aumento della competizione e dei conflitti potrebbe spiegare anche la costruzione di palizzate attorno a siti speciali, luoghi di congregazione e ritualità. A Vasagård e Rispebjerg, tuttavia, ciò che emerge con maggiore forza non è l’immagine di una società frammentata, ma quella di una comunità che risponde alla crisi attraverso il simbolo, cercando nel rapporto con il sole e con la crescita delle piante una via di riequilibrio. Le sporadiche raffigurazioni solari su ceramiche e dischi d’argilla coevi sembrano eco lontane di questo momento, tracce di un trauma ambientale che lasciò segni sottili ma persistenti nell’immaginario, mentre il mondo neolitico del Nord Europa si avviava verso trasformazioni irreversibili.

