«Il me semble que je serais toujours bien là où je ne suis pas» Charles Baudelaire, da Lo spleen de Paris 1869.
L’uomo fugge. Fugge dal conformismo. Dalla quotidianità. Dal caos che lo circonda. Dalla ripetitività del lavoro. Dai rapporti affettivi usurati dal tempo. Fugge per ritrovarsi, per rinascere, per sentirsi vivo.
Da sempre il cinema racconta quest’urgenza, questa necessità.
Fugge dall’alienazione industriale, fagocitato dagli ingranaggi di una macchina, lo Charlot di Charlie Chaplin in Tempi Moderni (1936, USA). Fuggono dal conformismo borghese dell’America degli anni ‘60 il Dennis Hopper e il Peter Fonda di Esay Rider (1969, regia di Dennis Hopper). Fuggono alla ricerca della propria emancipazione femminile Geena Davis e Susan Sarandon in Thelma e Louise (1991, regia di Ridley Scott). Fugge dalla società e, forse da sé stesso, il protagonista, interpretato da Emile Hirsch, di Into the wild (2007, regia di Sean Penn).
In Neverland (2004, regia di Marc Forster) è la fantasia il rifugio dei protagonisti. Il film racconta di come dalla penna di J.M. Barrie (1860-1937), interpretato da Johnny Depp, nacque il personaggio di Peter Pan. Il film sceneggiato da David Magee prende spunto dalla commedia teatrale The Man Who Was Peter Pan scritta nel 1998 da Adam Knee: J.M Barrie conosce Sylvia Liewelyn Davies, interpretata da Kate Winslet, ed i suoi figli. La loro frequentazione farà nascere nell’animo dell’autore i personaggi che abiteranno la sua Isola che non c’è, un’isola che, nel film, aiuterà uno dei figli di Sylvia, Peter, interpretato da Freddie Highmore, a superare il dolore dell’imminente dipartita della madre.
Tutti noi siamo Peter: vediamo storie scritte da altri, ci immedesimiamo in personaggi che vivono sullo schermo, entriamo per circa due ore in un’altra realtà per non essere più noi stessi; per essere veramente noi stessi.
L’articolo La riflessione: fuggire per vivere proviene da Ciak Magazine.

