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Basta dire il suo nome ed è subito Lee Miller. Modella, musa, fotografa di molti generi, donna dalle tante vite, magnifica in ognuna di esse. La celebrano due mostre che confermano il valore e la forza della sua opera

6/01/2026 | iO Donna

Chi di noi non ha sognato una vita avventurosa, ricca d’incontri stimolanti, piena di colpi di scena? In quante avremmo voluto attraversa- re l’oceano per sperimentare una nuova esistenza? Lee Miller lo ha fatto più volte, l’Atlantico non è mai stato un ostacolo. La sua vita ancora oggi risuona come un modello di emancipazione e anticonformismo che s’irradia dall’arte alle relazioni.

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Lee Miller ha attraversato il secolo con la grazia della bellezza e la forza della determinazione. Libera e indipendente, coraggiosa e consapevole, la sua figura trascende moda, arte e fotografia.

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Non a caso, Kate Winslet, la magnifica attrice inglese che ama personaggi di donne complesse, ha prodotto e interpretato il biopic Lee Miller nel 2023.

Le mille vite di Lee Miller

Nel 1907 nasce a Poughkeepsie, una cittadina distante un’ora da New York. Comincia presto la carriera di modella: suo padre, un ingegnere con la passione per la fotografia, la ritrae sempre, vestita o nuda con appassionata vocazione artistica che probabilmente trasferisce alla figlia: Lee infatti studia belle arti. Ha desideri confusi, ma sa che la provincia le va stretta.

Lee è Lee, scopriremo presto che non si ferma davanti a nulla. Si trasferisce a New York. È la prima di una serie di innumerevoli svolte. Nel 1926, ha 19 anni. Mentre in Italia si afferma la dittatura fascista, New York esplode di vitalità e glamour, la città è in fermento, impazza il jazz e s’innalzano grattacieli; non soffia ancora il vento della Grande depressione che travolgerà l’America negli anni immediatamente successivi.

Lee Miller modella, in abito Mirande con guanti e cappello all’uncinetto. (Foto di George Hoyningen-Huene/Condé Nast tramite Getty Images)

Nulla avviene per caso, o forse sì

Una mattina, sulla Fifth Avenue, rischia di essere travolta da un’automobile. Non succede.Avviene invece l’evento che cambierà la sua vita: per evitare l’impatto, Lee cade tra le braccia di un passante. Non è un uomo qualunque, ma Mr. Condé Nast, l’uomo che inventa Vogue e che sceglie proprio lei per incarnare il modello femminile del momento. Con la copertina di Vogue America il successo è assicurato: Lee è la donna nuova. Posa per i grandi maestri della fotografia Edward Steichen e Alfred Stieglitz, impara, carpisce i segreti della tecnica, osserva la magia della luce. Tutto accade in fretta, la sua vita di modella di successo potrebbe durare a lungo. Invece, dopo un paio d’anni, ecco la seconda svolta: Lee si trasferisce a Parigi.

Incontri che cambiano la vita

Con una lettera di presentazione in tasca, si presenta da Man Ray, già celebre fotografo e ora artista tra i surrealisti. Nasce un sodalizio che esplora l’arte e accende l’amore. È il sogno dei sogni. Lee e Man vivono un momento magico: i loro amici sono Paul Éluard e Jean Cocteau, solo per citarne due. Attenzione, non lasciatevi andare, il sogno è breve. Lee ci ha abituato alle svolte, ma ora sembra incomprensibile: dopo solo tre anni, nel 1932, abbandona Man Ray, il maestro diventato possessivo, in un mare di dolore e torna a New York. Quel gran genio di Man Ray non aveva retto l’indipendenza e la brama di autonomia dell’americana, pare l’avesse soffocata di scenate di gelosia. Nella Grande Mela, apre il suo studio e successivamente sposa un uomo d’affari egiziano di vent’anni più maturo.

Sembra fosse vero amore. Vissi d’arte, vissi d’amor, potremmo attribuire anche a Lee la celebre aria di Puccini, ma il destino della fotografa non è stato ingrato come quello di Tosca. Lee è inarrestabile, si trasferisce in Egitto, viaggia e fotografa. Chissà se sono i paesaggi africani o la vita matrimoniale che la rendono di nuovo insofferente, non passa molto tempo e abbandona il Paese per un nuovo viaggio in Europa.

Si ricongiunge al gruppo dei surrealisti, ritrova vecchi amici e ne conosce di nuovi, tra questi Picasso che fotografa e da cui si fa ritrarre. In una delle tappe parigine incontra un altro uomo che sarà fondamentale e per sempre, è l’artista e collezionista Roland Penrose. Noi che crediamo all’amore per sempre possiamo cominciare a sperare. Un nuovo matrimonio e un’altra città, questa volta è Londra. Roland è un artista, colto, bello e ricco. Sospiriamo di felicità.  Lee può fotografare, viaggiare, è una giovane donna di 32 anni, ma a distruggere i sogni di tutti scoppia la guerra.

Picasso e Lee Miller nello studio del pittore, Liberation of Paris, Rue des Grands-Augustins,Paris, France, 1944

La guerra che tutto trasforma

Potrebbe continuare a lavorare per il magazine di Condé Nast, come ha ripreso a fare da quando è in Inghilterra; invece,si unisce come fotoreporter alle truppe alleate entrando nel London War Correspondents Corp. Fotografa la guerra. Fotografa e scrive. Dal 1942 è ufficialmente corrispondente per Vogue.

Al seguito delle truppe americane, incontra David Sherman, inviato di Life. Il loro sodalizio, non solo professionale,dà vita a un’immagine memorabile: dopo la caduta di Monaco di Baviera, i due reporter, fotografando la città ferita, arrivano in un palazzo al numero 16 di Prinzregentenplatz. Qui c’è il comando del 179° reggimento del 45° Corpo d’Armata americano, ma al secondo piano c’è l’appartamento di Hitler. Lee non resiste, il fronte l’ha provata, ma non ha dimenticato la vita agiata e il piacere di un bagno caldo. Apre l’acqua della vasca e, con grande stupore, scopre che è calda. In un attimo si spoglia, s’immerge, David scatta la foto, gli anfibi sono in bella mostra mentre la divisa è ripiegata su uno sgabello. Un ritratto del tiranno è posto sul bordo della vasca, completa la scenografia un’improbabile statuina di una dea di marmo. Lee è immersa nella vasca del Führer, lava via i ricordi, immagini di morti e feriti. Nel luogo più impuro, cerca purezza. Poi anche Lee fotograferà David nella stessa circostanza.

Ritratto di Lee Miller durante la seconda guerra mondiale, Inghilterra, 1944 (Foto di David E Scherman/The LIFE Picture Collection tramite Getty Images)

Un’icona o un’anti-icona, dipende da come la si guarda. Irriverente, audace, blasfema. È il loro bottino di guerra, la rivincita contro il despota. Per conoscere la fantastica vita dell’indomita Lee, vale la pena leggere La vasca del Führer, il romanzo di Serena Dandini (Einaudi 2022). La guerra e i suoi demoni lasceranno cicatrici profonde nella fotografa. Depressione e DPTS, acronimo con cui si definisce il disturbo post traumatico, sono le conseguenze della tragedia della guerra e soprattutto dell’orrore dei campi di concentramento di Dachau e Buchenwald dove la reporter, con le sue fotografie, testimonia la tragedia dell’Olocausto. Quando spedisce a Vogue i rullini con le immagini dei campi di concentramento, li accompagna con un telegramma: «Credetemi, è tutto vero».

Ciò che ha visto e fotografato la prima americana a entrare nei lager le ha inciso indelebilmente l’anima e la mente. Da quella ferita non guarirà più, nonostante il ritorno alla vita agiata nella dimora del Sussex, Farley Farm House, che il marito Roland Penrose ha allestito con grande cura.Dopo la guerra,viaggerà ancora per lavoro, ma soprattutto riceverà molti amici, tanti artisti: Picasso, Henri Moore, Max Ernst e il vecchio amante e mentore Man Ray, solo per citarne alcuni.

Il critico d’arte e radiofonico inglese Frederick Laws (a sinistra) e la fotografa americana Lee Miller (1907-1977) a una rappresentazione di una sola sera dell’opera teatrale di Pablo Picasso “Il desiderio preso per la coda” alla Rudolf Steiner Hall di Londra, marzo 1950. La produzione fu presentata dall’Institute of Contemporary Arts (ICA) insieme a “Un’isola nella luna” di William Blake. Pubblicazione originale: Picture Post – 4988 – Pablo Picasso Drammaturgo – Il desiderio preso per la coda – pub. 4 marzo 1950 (Foto di Haywood Magee/Picture Post/Hulton Archive/Getty Images)

Eccoci qui, di nuovo a immaginare la sua vita ricca di convivialità eccellente e amabili conversazioni. In questi anni, nella casa dei surrealisti, come viene chiamata Farley Farm House, scopre la passione per la cucina, ancora di salvezza che placa i fantasmi dei giorni e gli incubi delle notti.

Nel ’47 dà alla luce il suo unico figlio, Anthony, esegeta scrupoloso e appassionato di tutta la sua opera.

La parabola di Lee Miller

Un secolo fa la musa degli artisti e modella di Vogue ci ha insegnato il bene effimero della bellezza. Ha preso in mano la sua vita e ne ha fatto ciò che voleva, abbandonando una carriera, tanto facile quanto esile, che si affidava alla sua avvenenza. In un tempo relativamente breve Lee Miller è riuscita a essere un’artista eclettica, sperimentatrice, ritrattista, paesaggista, fotografa di moda e di guerra. Moderna, mai scontata, libera dagli stereotipi, capace di stare davanti al dolore, con il suo sguardo ci ha dimostrato che bellezza e orrore vanno osservati con la stessa lucida intensità.

Lee Miller per i 10 anni di Camera – Centro Italiano per la Fotografia

Walter Guadagnini firma la grande retrospettiva su Lee Miller e passa il testimone della prestigiosa istituzione torinese a François Hébel. Al direttore uscente abbiamo chiesto di raccontarci la figura di questa affascinante pioniera.

«Lee Miller racconta il peggio dell’umanità». Con queste parole nette dal timbro inesorabile, Walter Guadagnini parla della fotografa americana a cui Camera, il centro per la fotografia che ha diretto fino ad oggi, dedica un’ampia retrospettiva.

Chi è Lee Miller?
«Per me è un personaggio incredibile, attraversa qualsiasi situazione e tira sempre fuori delle immagini che aggiungono qualcosa a quello che stai vedendo».

In che senso?
«Se pensi alla foto di guerra lei sposta un po’ la visione, lo fa anche con la moda e il ritratto. Trova la sua cifra, restituisce un’immagine che non ti aspetti. Lee cambia genere, osa laddove gli altri rimangono nel loro ambito. Le foto di moda in mezzo alle rovine della guerra, la cantante lirica tra le macerie, la mia preferita, sono perturbanti».

Le è stato riconosciuto il ruolo di autrice?
«Guardando alla carriera che ha fatto, il riconoscimento che ha avuto è relativo. Sì, certo, pubblica sulle riviste, partecipa alle mostre, ma ha pagato il prezzo di essere la compagna di Man Ray. E probabilmente ha scontato il fatto di essere così inquieta: appena raggiunge una certa stabilità, parte e ricomincia dall’altra parte del mondo».

E nel mondo della moda?
«In quel settore ha avuto probabilmente maggiori riconoscimenti, ma se pensiamo che per British Vogue, durante la guerra, comincia a lavorare gratis, forse no, non è stata riconosciuta abbastanza neppure lì».

La solarizzazione, affascinante procedimento da camera oscura con cui si evidenziano i tratti, è un’invenzione di Lee?
«Non sappiamo chi ha inventato cosa: Lee dice che è stata lei, Man Ray dice che è stato lui. Di sicuro, il processo della solarizzazione è stato un caso dal risultato geniale. Le controversie tra i due riguardavano più le questioni sentimentali che non quelle artistiche».

Cosa ha scoperto della Miller con questa mostra?
«Era una donna straordinariamente intelligente, solo una persona così brillante poteva riuscire a individuare e legare a sé una comunità di artisti che hanno fatto il ’900».

Le mostre

Lee Miller. Opere 1930-1955
A Torino fino al 1 febbraio 2026
Info: https://camera.to/mostre/lee-miller-opere-1930-1955/

Lee Miller
A Londra fino al 15 febbraio 2026
Info: https://www.tate.org.uk/whats-on/tate-britain/lee-miller

iO Donna ©RIPRODUZIONE RISERVATA

L’articolo Donne e fotografia: semplicemente Lee Miller sembra essere il primo su iO Donna.

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