Ci sono fili sottili, ma resistenti, che si intrecciano continuamente nel nuovo romanzo di Joyce Maynard, intitolato Come la luce tra le foglie: l’amore, la perdita, il perdono, la maternità, la ricerca di sé. A 72 anni, l’autrice e sceneggiatrice americana torna in libreria con il seguito del bestseller L’albero della nostra vita. Protagonista è sempre Eleanor, illustratrice di libri per bambini, che, dopo essersi dedicata in toto alla famiglia, si ritrova, a 57 anni, a ripensare alla propria esistenza.
var adunit_wp_verticali_video_category = “party-e-people”;
Maynard riprende la narrazione dal 2010, dopo la morte dell’ex marito Cam, con cui Eleanor aveva condiviso un amore doloroso. La donna vive ancora nella fattoria del New Hampshire. Con lei è rimasto solo il terzogenito Toby, ormai adulto, segnato da una lesione permanente, che dovrà difendersi da ingiuste accuse di pedofilia. Al, il figlio maggiore, dopo la transizione di genere, si è sposato a Seattle e cerca di avere un figlio, mentre la figlia Ursula ha tagliato i ponti con la madre.
Alle vicende dei personaggi, nel romanzo si alternano i drammi dell’America contemporanea: le sparatorie di massa, l’assalto a Capitol Hill, la crisi climatica, le lotte sociali. Mentre in sottofondo riecheggiano i versi di una canzone di Leonard Cohen: “C’è una crepa in ogni cosa: è da lì che entra la luce”. Parole che tracciano il sentiero della speranza e del perdono, che coinvolge tutti. Compresa la stessa Maynard. Ripensando alla sua relazione giovanile (18 anni lei, 53 lui) con J. D. Salinger, autore de Il giovane Holden, raccontata in un memoir che ha suscitato critiche e polemiche, la scrittrice ribadisce anche in questa intervista: «Ho riflettuto sulle emozioni che hanno attraversato la mia vita – la rabbia, l’amarezza – e ho scelto di lasciarle andare. Non perché sia giusto, ma perché non voglio più che quella storia mi definisca».
Joyce Maynard è nata nel 1953 a Durham, nel New Hampshire (USA). Due mariti e due figli, è autrice di 17 romanzi, di cui due diventati film (uff stampa)
L’intervista di Amica alla scrittrice Joyce Maynard
Dopo la pubblicazione del primo romanzo della saga, ha ricevuto lettere di gente irritata dal personaggio di Eleanor, che per la famiglia si è annullata. Con questo secondo libro ha voluto rimediare?
Quelle persone avevano ragione. Eleanor si prendeva sempre cura degli altri. C’è una scena in cui lei chiede un’ora per sé e il marito le risponde: «Non sapresti cosa fartene». È una frase crudele che mi sono sentita dire anche dal mio ex coniuge. Così questa volta ho voluto esplorare il momento in cui una donna, finalmente sola, si chiede: «Chi sono io? Che cosa voglio?».
Quanto tempo ha impiegato a scrivere quasi 600 pagine?
Ho iniziato questo romanzo un anno dopo il primo, nel 2022. Alcuni libri mi vengono di getto, ma qui non è stato così. Però, quando ho finito, ho sentito di aver detto tutto ciò che volevo. È stato triste salutare i miei personaggi: ho passato più tempo con loro che con la mia famiglia reale.
Venendo ai personaggi: Eleanor, nel primo libro, aveva deciso di assistere l ’ex marito, malato di cancro, che l’aveva lasciata per la babysitter. Perché l’ha fatto?
È stato un atto difficile, ma pieno di pace. Per lei, che attribuiva al partner la responsabilità per l’incidente del figlio Toby, è stato un modo di vivere meglio. Un matrimonio non finisce per colpa di uno solo, continuare quella storia mi ha aperto un’altra prospettiva sulla tragedia del divorzio. Ho capito che liberarsi dal risentimento rafforza.
Il figlio transgender, Al, è trattato con grande sensibilità. È stato importante parlarne?
Conosco molte persone che vivono questa realtà. Ho descritto qualcosa che appartiene al nostro tempo e che spesso nelle famiglie resta taciuto.
Ursula invece ha rotto i ponti con la madre e, per Eleanor, è forse il dolore più grande.
È così. Non sono il figlio disabile e quello che cambia genere a farle male, ma la secondogenita che la respinge. È una situazione frequente negli Stati Uniti: molte madri si sentono colpevoli di aver fallito.
Invece Toby, il figlio più fragile, sembra anche il più saggio.
Verissimo. All’inizio non sapevo che sarebbe “diventato disabile”, il personaggio ha preso vita da solo. È colui che, pur ferito, trova un equilibrio. Ama il suo lavoro, gli animali, la musica, scrive lettere a Scarlett Johansson. È forse il mio preferito.
C’è qualcosa di autobiografico nella storia d’amore tra Eleanor e Guy, l’attivista che lotta per l’ambiente?
Non mi sono mai invaghita di un uomo come lui, che compra profumi per le donne. Volevo che Eleanor si sentisse amata, ma che la relazione non diventasse la soluzione ai suoi problemi. In età adulta la passione è diversa, è più reale, più matura.
Dedica addirittura più pagine al profumo donato dall’amante.
La scelta di una fragranza è importante. Un corteggiatore mi ha insegnato che, per trovare la tua, la devi indossare almeno un’ora. Per il romanzo ho scelto Portrait of a Lady di Frédéric Malle, anche perché ne aveva parlato Jane Fonda in un’intervista. È costoso, ma speciale. Spero che il mio partner ne prenda nota.
La “luce” del titolo che significato ha per lei?
Viene da un verso della canzone Anthem di Leonard Cohen. Allude alla luce che filtra dalle crepe, alla bellezza che resta dopo il dolore. È la speranza abbracciata da Eleanor.
Perché ha inserito nella sua storia familiare numerosi eventi reali?
Perché la politica non è qualcosa di separato da noi. Quando il governo taglia i fondi per il welfare e per le famiglie a basso reddito, in gioco ci sono la vita delle persone, la loro casa, i loro figli. Non possiamo ignorarlo.
Che cosa pensa del fenomeno delle trad wives, mogli che rivendicano ruoli domestici d’altri tempi?
Io non lo sono mai stata. Ho sempre lavorato, non ho mai desiderato di essere trattata come una principessa. Voglio essere amata, ma anche vista come una persona forte. È un fenomeno interessante, però, perché evidenzia il bisogno di sicurezza in un tempo incerto.
Ha avuto il coraggio di raccontare la sua relazione con J. D. Salinger nel memoir At Home in the World che verrà presto pubblicato in Italia. Come rilegge quell’esperienza?
Oggi non la trovo meno tossica di un tempo. Era grave allora, e lo sarà sempre: un uomo adulto che manipola una ragazza giovane. Ma sono sopravvissuta ed è questo che conta. E posso perdonare.
Quella vicenda ha lasciato una traccia nei suoi romanzi?
Non credo. Quando scrivi un memoir, chiudi un cerchio. Ho tenuto quella storia dentro per 25 anni, ora è finita. Ma mi addolora leggere che molte ragazze vivono esperienze simili, come Virginia Giuffre o altre vittime di uomini potenti. So che cosa significa perdere la propria voce.
Pensa che la saga di Eleanor possa diventare una serie tv?
Mi piacerebbe molto, perché è una storia universale: parla di madri e figli, di errori, di amore, di seconde possibilità.
Sta già lavorando a un altro romanzo?
Ne ho appena finiti due. Uno è il sequel di Il Bird Hotel, il secondo narra di una giovane che scopre un oscuro segreto.
The post In amor vince chi fugge. Dalla rabbia: intervista alla scrittrice Joyce Maynard appeared first on Amica.


