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Biglietto di Capodanno di 1.900 anni fa riemerso dal fango: l’augurio romano ritrovato a Vindolanda. Chi era il destinatario? Chi il mittente? Come si è conservato il messaggio augurale originale?

1/01/2026 | Stile Arte

All’aurora dell’anno, una voce antica attraversa i secoli

Nel gelido inverno del Nord, quando la frontiera settentrionale dell’Impero romano era immersa nel fango, nel vento e nella neve, qualcuno prese una sottile tavoletta di legno e vi tracciò poche righe d’inchiostro. Un augurio semplice, ma carico di senso: un anno nuovo fortunato e felice. Non era un gesto rituale scolpito nella pietra, bensì un messaggio personale, destinato a un uomo preciso, in un luogo remoto. Quel biglietto, rimasto sepolto per quasi 1.900 anni, è riemerso a Vindolanda, restituendoci uno dei più intimi saluti di Capodanno giunti dal mondo romano.

Il frammento appartiene a una lettera inviata da Hostilius Flavianus a Flavius Cerialis, comandante della IX coorte dei Batavi, di stanza a Vindolanda tra il 97 e il 105 d.C.. In quelle poche parole augurali – presumibilmente inviate da un’altra zona – si intrecciano biografie individuali, strategie militari, tecniche di scrittura e condizioni ambientali eccezionali, capaci di trasformare un gesto quotidiano in una fonte storica di straordinaria potenza evocativa.

Il mittente è Hostilius Flavianus, nella forma latina più attendibile del nome, non è un personaggio noto alle grandi narrazioni storiche. E proprio per questo è prezioso. Il nomen Hostilius rimanda a una gens romana antica, attestata già in età repubblicana, non appartenente all’aristocrazia senatoriale ma ben radicata nel ceto dirigente intermedio. Il cognomen Flavianus, diffusissimo tra la fine del I e l’inizio del II secolo d.C., suggerisce un legame – diretto o simbolico – con l’età dei Flavi, o quantomeno un’adesione onomastica a un modello di potere imperiale recente e vincente. Ostilio non appare come un semplice soldato: il tono della lettera, la competenza scrittoria e il destinatario indicano un ufficiale o funzionario di rango equestre, probabilmente inserito nell’amministrazione militare o logistica della Britannia settentrionale. Un uomo che conosceva i codici della comunicazione ufficiale, ma che sapeva anche declinarli in forma personale.

Il destinatario, Flavius Cerialis, è invece una figura meglio definita grazie all’insieme delle tavolette di Vindolanda. Il suo nomen Flavius è un segno chiaro di cittadinanza romana acquisita in età flavia, forse per meriti militari familiari. Cerialis ricopriva il ruolo di praefectus cohortis, comandante della IX coorte dei Batavi, una delle unità ausiliarie più apprezzate dell’esercito romano. Era un ufficiale equestre, non un senatore: un professionista dell’Impero, formato alla disciplina, alla gestione degli uomini e al controllo di territori instabili. Le tavolette ce lo restituiscono non solo come comandante, ma come capo di una comunità complessa, fatta di soldati, ufficiali, famiglie, schiavi e civili che gravitavano attorno al forte.

Vindolanda, il luogo da cui proviene questo augurio, si trova oggi nel Northumberland, nell’Inghilterra settentrionale, a breve distanza dal futuro tracciato del Vallo di Adriano. All’epoca, però, era molto più di un semplice presidio: era un avamposto strategico, costruito inizialmente in legno e terra, destinato a controllare le vie di comunicazione e a stabilizzare un confine percepito come fragile. Qui l’esercito romano non era solo forza militare, ma strumento di organizzazione del territorio, di scambio culturale e di amministrazione quotidiana.

Nel periodo in cui Hostilius Flavianus scriveva a Flavius Cerialis, il Capodanno romano cadeva già il 1° gennaio. La riforma del calendario, introdotta nel 153 a.C., aveva infatti fissato all’inizio di gennaio l’entrata in carica dei magistrati e l’avvio dell’anno civile, una scelta poi consolidata con il calendario giuliano di età cesariana. Anche nelle province più remote dell’Impero, come la Britannia settentrionale, il passaggio d’anno era dunque scandito secondo il tempo ufficiale di Roma, accompagnato da auguri di felicitas e faustum omen, sacrifici propiziatori e gesti simbolici di buon auspicio. Quel breve messaggio inciso su legno a Vindolanda dimostra come il ritmo del calendario romano continuasse a unire centro e periferia, trasformando il Capodanno in un momento condiviso anche ai margini del mondo imperiale.

I Batavi, originari della regione del basso Reno, grosso modo nell’attuale Olanda, erano celebri per la loro abilità militare e per una fedeltà all’Impero che li rese truppe d’élite. Arruolati come ausiliari, combattevano mantenendo una forte identità etnica, ma integrandosi pienamente nella macchina romana. La loro presenza a Vindolanda rispondeva a una logica precisa: impiegare soldati abituati a climi rigidi e a contesti di frontiera in una delle zone più delicate della Britannia romana.

La tavoletta con l’augurio di Capodanno è stata rinvenuta durante gli scavi sistematici iniziati negli anni Settanta del Novecento. Vindolanda ha restituito centinaia di tavolette lignee scritte a inchiostro, costituendo uno dei più straordinari archivi privati dell’antichità. Diversamente dalle iscrizioni ufficiali, questi documenti parlano di vita quotidiana: richieste di permesso, inventari, contabilità, inviti, lamentele, relazioni personali. In questo contesto, l’augurio di Ostilio a Ceriale acquista un valore emblematico: mostra come anche ai confini dell’Impero il calendario romano, con il suo carico simbolico e religioso, continuasse a scandire il tempo.

La conservazione di questi materiali è dovuta a condizioni ambientali eccezionali. Gli strati di terreno saturi d’acqua, poveri di ossigeno, hanno creato un ambiente anaerobico che ha bloccato la decomposizione del legno e degli inchiostri organici. In un contesto normale, tavolette simili si sarebbero dissolte in pochi decenni; qui, invece, sono rimaste sigillate dal fango per quasi due millenni.

Le tavolette erano realizzate in sottili fogli di legno, scelti per la loro leggerezza e maneggevolezza. L’inchiostro romano impiegato era generalmente a base di nero di carbonio, ottenuto dalla combustione incompleta di materiali organici, mescolato con leganti come la gomma arabica. In alcuni casi, la miscela poteva includere componenti resinose o vernici finali protettive, sottili strati che miglioravano l’adesione del pigmento e ne aumentavano la resistenza all’umidità e allo sfregamento. Non si trattava di una protezione pensata per durare secoli, ma di una tecnologia sufficientemente raffinata da dialogare, inconsapevolmente, con le condizioni del suolo che ne avrebbero garantito la sopravvivenza.

Così, quel breve augurio – probabilmente formulato con una formula del tipo felix et faustus annus novus – diventa oggi una soglia temporale. Non racconta battaglie né imperatori, ma uomini reali che, lontani da Roma, continuavano a riconoscersi nei gesti condivisi della cultura romana. Un biglietto di Capodanno, scritto in un forte di frontiera, che attraversa i secoli e ci restituisce l’Impero nella sua dimensione più umana, fatta di relazioni, attese e speranze affidate a un sottile foglio di legno.

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