
Per chi ha vissuto Lost non solo come una serie, ma come un’esperienza collettiva, la sensazione di mancanza che ha accompagnato la visione non se n’è mai andata davvero. Quel modo di raccontare una storia attraverso misteri stratificati, salti temporali e personaggi ambigui, capaci di cambiare percezione da un episodio all’altro, ha segnato profondamente la serialità contemporanea. In molti ci hanno provato, negli anni, a raccoglierne l’eredità. Ma una sola serie, oggi quasi completamente dimenticata, è arrivata davvero vicino a essere la sua vera erede.
Andata in onda su NBC tra il 2010 e il 2011 e cancellata dopo una sola stagione, The Event è uno di quei casi emblematici di show ambiziosi arrivati forse troppo presto – o nel momento sbagliato. All’epoca venne spesso presentata come “la nuova Lost”, un’etichetta ingombrante che finì per giocarle contro. Eppure, riguardata oggi, la serie rivela un DNA sorprendentemente affine a quello del cult creato da Damon Lindelof e Carlton Cuse.
La storia prende avvio da una situazione apparentemente semplice: Sean Walker, interpretato da Jason Ritter, è un ragazzo qualunque pronto a chiedere alla fidanzata Leila di sposarlo durante una crociera. All’improvviso però, Leila scompare senza lasciare traccia. Da quel momento, The Event scivola rapidamente dal dramma personale al thriller paranoico, fino a trasformarsi in una complessa cospirazione che coinvolge il governo degli Stati Uniti, un misterioso dirottamento aereo e una razza aliena nascosta tra gli esseri umani da decenni.
Come Lost, anche The Event sceglie di non raccontare la sua storia in modo lineare. Il racconto si muove continuamente tra presente e passato, alternando momenti di altissima tensione a flashback che ridefiniscono ciò che lo spettatore credeva di sapere. È un meccanismo narrativo preciso, pensato per alimentare il mistero e costruire empatia verso i personaggi, mostrando non solo cosa accade, ma perché accade.
Accanto al percorso di Sean, la serie introduce una seconda linea narrativa altrettanto centrale, affidata a Blair Underwood nel ruolo del Presidente degli Stati Uniti. Attraverso di lui, The Event esplora il lato politico e morale della storia: la scoperta di un gruppo di prigionieri detenuti segretamente in Alaska da oltre sessant’anni, esseri identici agli umani ma geneticamente diversi, dotati di capacità straordinarie e di un invecchiamento rallentato. La domanda che attraversa l’intera stagione è la stessa che rendeva Lost così affascinante: chi dice la verità? E soprattutto, ci si può davvero fidare di qualcuno in un mondo fondato sulla menzogna?
Anche qui, come sull’isola di Lost, non esistono schieramenti nettamente definiti. Gli alieni non sono un’entità unica, ma una comunità divisa al suo interno, attraversata da conflitti ideologici profondi. Personaggi come Simon, infiltrato nella CIA e combattuto tra la lealtà verso il suo popolo e l’amore per una donna umana, incarnano perfettamente quell’ambiguità morale che rendeva irresistibili figure come Ben Linus o John Locke. È proprio nei personaggi secondari che The Event dà il meglio di sé, costruendo figure complesse, spesso più interessanti dei protagonisti stessi.
Un altro elemento che avvicina la serie a Lost è la gestione del mistero. The Event semina indizi, rivela alcune risposte e ne apre immediatamente di nuove, invitando lo spettatore a teorizzare, collegare, ipotizzare. Forse con un ritmo più serrato e meno contemplativo, che la avvicina anche a 24, ma con la stessa urgenza narrativa che trasforma ogni episodio in un tassello di un puzzle più grande.
Nonostante un debutto solido e un forte interesse iniziale, gli ascolti calarono progressivamente. NBC decise così di cancellare la serie dopo una sola stagione, lasciandola sospesa su un finale ambizioso e apertissimo. Si parlò a lungo di una possibile conclusione alternativa, sotto forma di miniserie o film, ma il progetto non vide mai la luce.
Oggi, a distanza di anni, The Event appare per quello che probabilmente è sempre stata: una serie troppo ambiziosa per il contesto in cui è nata, penalizzata da aspettative e confronti ingombranti. Ma anche uno dei tentativi più sinceri e riusciti di raccogliere l’eredità di Lost. Per chi continua a cercare una serie capace di trasformare il mistero in ossessione e di fare della visione un’esperienza quasi rituale, questa erede dimenticata merita decisamente una seconda possibilità.
Fonte: CBR

