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Walter Donatiello, un musicista dalla poliedrica identità artistica

14/12/2025 | Jazzit

12 dicembre 2025

Walter Donatiello è un musicista poliedrico che riunisce in sé tante anime artistiche: quelle di chitarrista, compositore, insegnante, scrittore e direttore di una scuola importante come il CEMM di Bussero. Lo abbiamo intervistato per conoscere meglio tutte queste sue varie identità e la sua idea di musica, sempre libera e intesa come forma di pensiero, di relazione e di evoluzione personale.

Walter tu sei un musicista, compositore, insegnante, scrittore, direttore di una scuola e di numerosi workshop e masterclass: come convivono tutte queste anime nella tua identità musicale?
Essere musicista, compositore, insegnante o direttore non sono ruoli separati, ma diversi modi di indagare lo stesso mistero, quello del suono, della forma e della relazione tra l’uomo e l’universo sonoro. Quando suono o compongo, esploro i sistemi naturali e la logica interna del suono; quando insegno, condivido questa esperienza trasformandola in linguaggio e metodo; quando scrivo, metto ordine al pensiero e cerco di dargli una forma comunicabile; quando dirigo un corso o una scuola come il CEMM, cerco di creare un contesto fertile dove questa ricerca possa diventare collettiva. In fondo è tutto un unico movimento: ascoltare, comprendere, creare, trasmettere. La musica è un sistema vivente, e ogni mia attività è un modo diverso di mantenerlo in vita e farlo evolvere.

In questo momento della tua vita artistica a quali progetti ti stai dedicando in particolare?
In questo periodo sto attraversando una fase molto viva, di rinnovamento e di sintesi. Musicalmente sento il bisogno di mettere insieme le esperienze di ricerca e di insegnamento con una pratica sonora più libera, più legata all’istinto e alla dimensione reale dell’improvvisazione. Sto preparando un nuovo libro dedicato alle forme ritmiche e alle strutture dell’improvvisazione, con l’obiettivo di creare uno strumento utile non solo per i musicisti, ma anche per chi voglia comprendere l’improvvisazione come linguaggio universale, come modo di pensare e reagire creativamente, anche al di fuori della musica. Parallelamente ho ripreso a suonare in diverse formazioni, e questo mi ha dato nuova energia. Qualche mese fa mi sono esibito al Blue Note di Milano con il quintetto di Giovanni Tommaso, insieme a Jeff Ballard alla batteria, Pietro Tonolo al sax e Claudio Filippini al pianoforte. È stato un concerto bellissimo, pieno di intensità e libertà, e spero davvero che questo progetto possa continuare a svilupparsi. Giovanni è una figura speciale nella mia vita, oltre a essere un grande musicista e talent scout, per me è come un “padre musicale”, ogni volta che suono con lui sento di imparare qualcosa di nuovo, di rimettermi in gioco, di cambiare prospettiva. Attualmente sto anche provando a mischiare linguaggi diversi e sono tornato così a esplorare alcune radici che avevo messo da parte per dedicarmi al jazz modale e all’hard bop. Sto riabbracciando inoltre la chitarra classica e sperimentando con una chitarra fretless in un nuovo progetto con un percussionista straordinario; stiamo costruendo un trio molto particolare, tra chitarra, basso e percussioni, e stiamo valutando di aggiungere anche un pianista per ampliare ulteriormente la tavolozza timbrica. Insomma è un momento di fermento, di connessione tra tradizione e sperimentazione, dove tutto torna a essere movimento, curiosità e vita sonora.

Come definiresti la tua musica dal punto di vista stilistico e compositivo, per evidenziarne le caratteristiche a livello espressivo?
La mia musica si muove tra struttura e libertà, tra la forza del linguaggio naturale del suono e la complessità delle forme contemporanee. Cerco di mantenere un legame con la tradizione del jazz, con la sua leggibilità e il suo respiro improvvisativo, ma allo stesso tempo sento la necessità di portare tutto questo dentro la modernità, dentro ciò che siamo oggi, nel 2025, con le nostre esperienze, il nostro modo di ascoltare, la nostra sensibilità. Per me il giusto equilibrio sta nel non rinnegare la tradizione, ma senza restare fermi dentro di essa. Vedo molti musicisti straordinari, tecnicamente impeccabili e “leggibili” nel linguaggio, ma spesso bloccati in un periodo storico che non esiste più: la musica è cambiata, così come è cambiato il contesto culturale e umano in cui viviamo. Credo che serva un po’ più di rischio personale, la disponibilità a non essere subito compresi, pur di aprire nuovi spazi di percezione e di senso. Oggi non si può parlare di jazz senza parlare di musica classica, di Bartók, di Stravinsky, di tutto ciò che ha contribuito a rendere il linguaggio del jazz un terreno vivo, in continua trasformazione. Per me il jazz non è uno stile, ma una modalità di pensiero musicale, un modo di stare nel suono e nel mondo, capace di rinnovarsi costantemente.

Tu dirigi il CEMM a Bussero: quali sono le novità relative ai corsi del nuovo anno accademico?
Le novità di quest’anno al CEMM di Bussero sono davvero tantissime e rappresentano un passo importante nella crescita della scuola. Stiamo ampliando l’offerta formativa e consolidando collaborazioni di grande livello, con l’obiettivo di creare un luogo dove la musica si viva a 360 gradi, come formazione, come ricerca e come esperienza umana.Tra le prime grandi novità c’è l’espansione del corso di batteria, che vede confermata la presenza di Tony Arco e l’arrivo di nuovi docenti per un percorso di lezioni individuali settimanali e laboratori dedicati. Sono particolarmente felice e onorato di annunciare un corso di specializzazione mensile con Dario Deidda, uno dei più grandi bassisti italiani, e un corso di contrabbasso e specializzazione con Bruno Chevillon, figura di spicco del panorama europeo. Avremo inoltre un corso di pianoforte di specializzazione con Antonio Faraò, uno sulla tromba con Flavio Boltro, e Pietro Tonolo che terrà una masterclass fissa ogni mese. Sono tutti musicisti straordinari, con cui condividiamo la visione di un insegnamento che parte dalla tradizione ma guarda alla modernità. Parallelamente abbiamo voluto rafforzare anche l’area dedicata alla musica pop e moderna, accogliendo docenti come Ruggero Brunetti (chitarra), Tony Guerrieri (voce e vocal coach) e Luciano Zanoni (tastiere). Il nostro intento è quello di creare ponti tra i linguaggi, far dialogare il jazz con il pop, la ricerca con la forma canzone, e offrire agli studenti un panorama sonoro ampio e contemporaneo. Un’altra tappa fondamentale è il riconoscimento europeo EQF 7, che equipara ufficialmente il CEMM al livello accademico europeo, permettendo agli studenti di ottenere titoli riconosciuti anche a livello internazionale. È un grande traguardo, frutto di anni di lavoro e di coerenza nel costruire una didattica di qualità, radicata nella realtà musicale di oggi. Il CEMM è in continua evoluzione anche grazie alla sua posizione strategica, a pochi passi dalla metropolitana, in una zona di Milano che cresce e respira cultura. Stiamo lavorando a nuovi bandi di espansione e borse di studio, e abbiamo in programma un camp invernale di jazz in collaborazione con Valerio Silvestro e la sua Iacademia, dopo lo straordinario successo del camp estivo che ha visto protagonisti tanti giovani musicisti dei dipartimenti di jazz e pop. Quest’anno, inoltre, abbiamo deciso di istituire una borsa di studio dedicata alla memoria di Mattia Liguori, un nostro giovane studente e amico scomparso da poco. È un modo per ricordare il suo entusiasmo e la sua passione, e per trasmettere ai ragazzi il valore profondo della musica come esperienza di vita. Il CEMM oggi è un laboratorio in movimento, dove giovani e grandi maestri convivono in un dialogo continuo. Ci sono tantissimi nuovi talenti che si stanno affermando e molti di loro già collaborano attivamente con i nostri corsi e progetti. Credo che questa sia la vera forza del CEMM: essere un luogo di formazione, ma anche di crescita reciproca, dove la tradizione incontra la ricerca e dove ogni docente porta con sé la propria storia, la propria musica e la propria visione. Per me dirigere il CEMM significa continuare a costruire spazi di libertà e di conoscenza, dove la musica non è solo tecnica o stile, ma una forma di pensiero, di relazione e di evoluzione personale.

Com’è nata l’idea del Nuovo Quartetto Europeo di cui fai parte, che tipo di musica propone e quali progetti, discografici e concertistici, ha in cantiere?
L’idea del Nuovo Quartetto Europeo è nata in modo spontaneo, dal desiderio di suonare insieme e creare un gruppo realmente rappresentativo delle nostre identità musicali e umane. Con Pietro Tonolo abbiamo sentito la necessità di costruire una formazione che potesse unire musicisti che stimiamo profondamente, sia per la loro personalità artistica che per il loro modo di vivere la musica. Alla proposta di Pietro di creare un organico che avesse un senso “geografico” e musicale, ho subito pensato a Bruno Chevillon, un contrabbassista straordinario con cui ho un legame profondo, umano e artistico. Pietro ha proposto Giorgio Rossi alla batteria, e così è nato questo quartetto, che fin dall’inizio abbiamo voluto concepire senza un leader definito, ma come un gruppo di quattro co-leader in dialogo continuo. La nostra idea è di non affrontare la musica in modo tradizionale, ma di lasciare che la scrittura e l’improvvisazione convivano liberamente, senza confini stilistici. La scelta dei brani e delle sonorità riflette le personalità dei musicisti e il repertorio nasce spesso in modo collettivo, dal confronto e dall’ascolto reciproco. È una musica che unisce l’intensità del jazz europeo con la libertà della contemporaneità, in un equilibrio tra composizione, timbro e improvvisazione aperta. Siamo molto curiosi di vedere dove ci porterà questo percorso: la prima data ufficiale sarà al Jazz Club Milestone di Piacenza, e da lì partirà una serie di concerti e collaborazioni internazionali che ci porteranno anche in Europa. Parallelamente stiamo lavorando a un progetto discografico che rappresenterà il primo capitolo di questa avventura comune: un lavoro registrato in presa diretta, per mantenere intatta l’energia e la verità dell’interazione. In fondo il Nuovo Quartetto Europeo nasce proprio da questo spirito: la voglia di rischiare, di mettersi in gioco, di scoprire cosa può accadere quando quattro musicisti si incontrano senza ruoli fissi, lasciando che la musica decida da sola dove andare.

In quali altre formazioni suoni in questo periodo e cosa avete in programma con ognuna di esse?
In questo periodo suono in diverse formazioni, ognuna con una propria identità musicale e un diverso modo di intendere il suono. Mi piace molto muovermi tra mondi differenti, perché ogni progetto stimola un lato diverso del mio linguaggio e mi permette di mantenere vivo il rapporto con la ricerca. Oltre al Nuovo Quartetto Europeo, che è un progetto più aperto e legato all’esplorazione contemporanea del jazz europeo, sto portando avanti un quintetto di hard bop, un ritorno a una mia passione di sempre, con quell’energia diretta, quella scrittura a più voci con i fiati, una sezione ritmica forte e una dinamica di gruppo molto intensa. È un progetto che tiene insieme la tradizione e la modernità e che voglio far crescere con un repertorio di composizioni originali e nuovi arrangiamenti di brani storici. Sto anche lavorando a un progetto acustico e solistico con chitarra classica e chitarra fretless, insieme a un percussionista straordinario con cui sto sperimentando combinazioni timbriche molto particolari. Stiamo pensando di ampliare la formazione aggiungendo basso e pianoforte, per dare vita a un ensemble acustico che esplori la relazione tra ritmo, spazio e respiro sonoro. Naturalmente continuo anche con collaborazioni occasionali e residenze con diversi musicisti italiani e internazionali, tra cui il quintetto di Giovanni Tommaso — con cui abbiamo suonato al Blue Note di Milano insieme a Jeff Ballard, Pietro Tonolo e Claudio Filippini in un concerto bellissimo e pieno di energia. Spero davvero che quel progetto prosegua, perché per me suonare con Giovanni è sempre un’esperienza di crescita, un dialogo profondo tra tradizione e ricerca. Parallelamente sto completando il lavoro su un album personale, a cui lavoro da tempo, un disco che raccoglie molte delle mie anime musicali: la parte più compositiva, quella improvvisativa e quella legata al suono naturale e all’acustica. È un percorso lungo, quasi meditativo, ma credo che arriverà presto alla sua forma definitiva. In sintesi è un momento pieno di musica e di movimento. Non amo restare fermo: per me ogni progetto è un’occasione per scoprire qualcosa di nuovo, per rimettermi in gioco e per lasciare che la musica continui a trasformarmi, ogni giorno.

Tu insegni anche improvvisazione e composizione al Conservatorio Superiore di Parigi: quali differenze e analogie riscontri tra la scena jazz italiana e quella francese?
In realtà al Conservatorio Superiore di Parigi il mio ruolo è leggermente diverso: attualmente sono assistente e a breve sarò in attesa del posto da docente. Non faccio parte del dipartimento di jazz, né di quello di musica contemporanea, ma insegno in un’area trasversale, dove mi occupo di sistemi naturali e di approccio all’improvvisazione in senso ampio, non strettamente jazzistico. Il mio lavoro consiste nel mostrare come l’improvvisazione possa esistere oltre i generi e rappresenti un linguaggio universale che attraversa tanto la musica classica contemporanea quanto le pratiche improvvisative moderne. La scena francese è estremamente varia e aperta, molto simile per certi aspetti a quella italiana. Naturalmente anche lì il bop resta una presenza forte — a volte quasi dominante — ma al tempo stesso c’è una grande contaminazione europea, e questo è un bene. Grazie all’influenza della musica classica contemporanea, in Francia si è sviluppata una forma di jazz più “colta”, dove la ricerca timbrica, la struttura e l’uso del silenzio entrano a far parte del linguaggio improvvisativo. Una cosa che trovo molto interessante, parlando con colleghi francesi, è la loro posizione rispetto al jazz americano e al free jazz. Spesso sento dire “no jazz americano, no free jazz”, non in senso polemico, ma come affermazione di un’identità europea: l’idea di non ripetere i modelli di Charlie Parker o di John Coltrane come figurine da scambiarsi, ma di rimanipolare il messaggio lirico e culturale del jazz attraverso la propria sensibilità. Questo per me è fondamentale: il jazz inteso come linguaggio vivo, non come repertorio. A tal proposito ricordo una conversazione con il mio amico Marc Ducret, credo che sia questo il punto di contatto tra la scena italiana e quella francese: entrambe hanno musicisti straordinari, ma la differenza sta nel grado di curiosità verso la ricerca. Ci sono artisti, in entrambi i paesi, che cercano di spingersi oltre, di ridefinire i confini del jazz, e altri che preferiscono rimanere nel linguaggio storico. Non c’è una strada giusta o sbagliata, ma io credo che la vera forza dell’arte sia nel rischio, nel movimento e nella capacità di reinventarsi continuamente.

Tieni anche un corso sui sistemi naturali: ci spieghi che tipo di corso è e com’è articolato?
Penso che il linguaggio dei sistemi naturali non sia qualcosa di “nuovo” in senso stretto, ma piuttosto un ritorno a un modo autentico di fare musica. È in fondo l’evoluzione naturale del jazz moderno, e anche di tanta musica del Novecento, che ha trovato nella struttura acustica e fisica del suono una nuova fonte di ispirazione. Spesso si pensa che parlare di “sistemi naturali” significhi riferirsi a qualcosa di astratto, strano o dissonante, ma non è affatto così. I sistemi naturali non sono un linguaggio jazzistico in senso stretto, e non equivalgono a suonare in modo casuale o complesso. Al contrario hanno una fonte profondamente consonante e melodica. Se pensiamo ai grandi musicisti del passato, non possiamo definirli solo “dissonanti”: il Novecento ha aperto porte straordinarie, permettendoci di cercare la musica in luoghi dove prima non avremmo mai pensato di trovarla. Il problema è che oggi molti considerano il jazz come qualcosa di chiuso in un determinato periodo storico. C’è ancora l’idea che “dopo il bop” non ci sia stato altro e questo genera una sorta di solitudine musicale, un’assenza di evoluzione. Ma la musica, come ogni altra forma di conoscenza, si evolve, così come si sono evolute l’architettura, la medicina, la scienza. La nostra qualità di vita è cambiata, eppure molti continuano a credere che nella musica “tutto sia già stato fatto”. Questo è un errore profondo, che trasmettiamo anche agli studenti, spingendoli spesso a studiare per ottenere un titolo, non per fare musica davvero. La verità è che oggi abbiamo bisogno non solo di più scuole, ma di più pensiero musicale, di luoghi dove si possa studiare la musica come una forma di conoscenza e di esperienza. Per questo torno sempre ai sistemi naturali: perché rappresentano un modo per rimettere al centro il suono, la fisica che lo genera, la sua relazione con lo spazio, con il ritmo e con la percezione. Non si può parlare di sistemi naturali senza parlare di ritmo, di risonanza, di serie armoniche, di undertone, di consonanza e dissonanza, tutti elementi che costituiscono la materia viva del suono. Il punto non è “suonare strano”, ma capire perché una nota vibra, come vibra e con cosa entra in relazione. Io invito sempre gli studenti a studiare non un “metodo”, ma un libro, a mettersi davanti alle cose con curiosità e onestà, sapendo che la musica è anche fatta di errori, di tentativi, di esperimenti che non sempre riescono. I fallimenti sono parte del processo creativo, non tutte le ciambelle riescono col buco, ma ogni tentativo ci insegna qualcosa sul suono, su di noi e sul mondo che lo ospita. In fondo, i sistemi naturali non sono un argomento tecnico: sono un modo di pensare e di vivere la musica, come un fenomeno che respira, si muove e cresce insieme a noi.

Cosa ti colpisce positivamente della scena jazz italiana di oggi e quali sono invece secondo te le sue criticità?
Mi colpisce la vivacità e la libertà che si respira nella scena jazz italiana di oggi. C’è una generazione di musicisti che ha superato l’idea del jazz come linguaggio “americano” e lo vive ormai come un terreno di ricerca personale, aperto a contaminazioni, alla forma contemporanea e persino al silenzio. Si sente una grande attenzione al suono come materia viva, alla qualità timbrica e all’interplay reale tra i musicisti. È un jazz meno schematico, più consapevole del proprio spazio acustico e culturale. Un altro aspetto positivo è la diversità degli approcci: oggi si può ascoltare un trio che lavora sulla rarefazione, un ensemble che esplora la forma modale in chiave mediterranea o un progetto che fonde elettronica e improvvisazione, e tutti fanno parte dello stesso orizzonte. Questo pluralismo, se ben ascoltato, è una ricchezza enorme. Le criticità, però, sono evidenti. La prima è una frammentazione del pensiero musicale: tanti linguaggi ma pochi riferimenti comuni, spesso più attenzione alla forma che alla necessità espressiva. A volte si confonde la complessità con la profondità. E manca ancora una pedagogia condivisa che aiuti i giovani musicisti a sviluppare un ascolto reale, non solo la competenza tecnica. Infine, c’è una fragilità strutturale: il jazz in Italia vive grazie alla passione, ai festival e ai centri culturali, ma manca un sostegno istituzionale che riconosca il suo valore come forma d’arte viva. Nonostante tutto, vedo un’energia bellissima: se riusciamo a unire ricerca, ascolto e formazione, credo che il jazz italiano abbia davanti a sé un futuro davvero fertile.

Tu sei anche nel consiglio direttivo di ANSJ – Associazione Nazionale Scuole di Jazz e Musiche Audiotattili. Secondo te l’associazione come sta aiutando le scuole di jazz in Italia, quali importanti obiettivi sono stati già raggiunti e quali progetti avete per il futuro?
Devo dire che essere entrato nel Consiglio Direttivo dell’ANSJ – Associazione Nazionale Scuole di Jazz e Musiche Audiotattili è per me un grande onore. Ringrazio davvero il Presidente Claudio Angeleri, che oltre a essere un musicista strepitoso e un didatta di altissimo livello, è diventato per me anche un punto di riferimento umano e professionale, soprattutto nella gestione e nella visione delle scuole di musica. Quando ho ricevuto la sua chiamata ero inizialmente un po’ scettico, più che altro perché non sapevo se sarei riuscito davvero a essere utile. Ma poi ho conosciuto persone straordinarie, colleghi e amici come Diego Borotti, Andrea Rubini, Giulio Visibelli e molti altri che compongono un direttivo formato da musicisti di altissimo livello, tutti impegnati nella didattica del jazz e nella formazione dei giovani musicisti. Il lavoro dell’associazione è complesso ma fondamentale: cerca di costruire un dialogo concreto con le istituzioni, affrontando temi come i riconoscimenti, la validazione dei percorsi formativi e la tutela delle scuole di musica, spesso escluse dai circuiti ufficiali. Non è facile, perché ci si scontra spesso con barriere burocratiche e istituzionali che sembrano insormontabili. Eppure un passo importante è stato fatto: oggi molti conservatori stanno finalmente comprendendo che non sono fatti di regole, ma di musicisti. Ci sono tanti docenti che hanno sposato questa visione, musicisti che continuano a suonare, a formare nuovi artisti e a portare la loro esperienza reale nella didattica, senza perdere il contatto con la musica viva. Naturalmente esistono anche resistenze, direttori o istituzioni che preferiscono non interagire, mantenendo ruoli distanti. Io, per natura, non sono un diplomatico — sono diretto, dico quello che penso — e forse questo è un mio limite. Claudio, invece, ha una grande capacità di mediazione, e credo che questa sia una delle sue doti più forti: sa unire, dialogare, far convergere le energie di persone molto diverse. E grazie a questa sua visione l’associazione sta facendo passi da gigante, coinvolgendo sempre più scuole e valorizzando il lavoro delle associazioni e del terzo settore. Con Borotti, Visibelli e tutti noi del direttivo stiamo cercando di collocare una realtà che in Italia non esisteva, un’associazione nazionale che rappresenti le scuole di jazz e di musiche audiotattili. E quando parliamo di “musiche audiotattili” intendiamo tutto ciò che nasce dall’ascolto e dal gesto: jazz, rock, pop, world music, musica balcanica e tutte le forme vive dell’espressione musicale contemporanea. Essere riconosciuti come musicisti e non solo attraverso un “pezzo di carta” è una battaglia culturale. In Italia diamo ancora troppo valore ai titoli istituzionali, come il riconoscimento AFAM, che pure è importante ma non è l’unico. Basti pensare che se un musicista decide di trasferirsi all’estero deve riconvertire la sua laurea AFAM, segno che il concetto di assoluto lo abbiamo solo noi, e questo limite andrebbe superato. Io credo profondamente che si possa fare didattica di qualità anche fuori dai conservatori, perché la parte più grande del lavoro educativo — prima, durante e dopo la formazione accademica — è svolta proprio dalle associazioni e dalle scuole di musica. Sono loro a rappresentare quasi il 90% del lavoro reale di formazione in Italia: formano, orientano e accompagnano i giovani nel mondo professionale. Il problema è che spesso mancano i fondi, mancano i docenti preparati e mancano le strutture adeguate. Non sempre chi insegna è realmente idoneo a farlo, e questo vale tanto nelle istituzioni quanto nelle scuole private. Proprio per questo l’ANSJ è importante: perché mette in rete competenze, esperienze e professionalità, cercando di creare un sistema didattico musicale più aperto, coerente e contemporaneo, dove la qualità non dipenda dalla forma, ma dal contenuto e dalle persone che la realizzano.

a cura di Arianna Guerin

INFO

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L’articolo Walter Donatiello, un musicista dalla poliedrica identità artistica proviene da JAZZIT MAGAZINE – BIMESTRALE DI MUSICA JAZZ.

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