
PERGOLESI L’Olimpiade A. Zorzi Giustiniani, C. Colombo, S. Frigato, J. M. Lo Monaco, T. Raftis, M. Straffi, F. Ascioti; Orchestra Ghislieri, direttore Giulio Prandi regia Fabio Ceresa scene Bruno Antonetti costumi Giulia Negrin luci Marco Scattolini
MARCHETTINI Il giudizio di Paride. Processo a un deicida L. Stella, G. Cardinale, E. Antonini, B. Mazzetto, M. Fiocco, A. Abis; Time Machine Ensemble, direttore Gianluca Martinenghi regia Fabio Ceresa scene Bruno Antonetti costumi Giulia Negrin
Jesi, Teatro Pergolesi, 58° Stagione Lirica, 23 e 30 novembre 2025
Era interessante, dopo il bel Don Giovanni inaugurale, la programmazione jesina che univa L’Olimpiade di Pergolesi al Giudizio di Paride di Parolo Marchettini, un unico progetto che tesseva un fil rouge tra il genius loci Pergolesi a una prima assoluta, con la regia di Fabio Ceresa in un impianto scenico comune (a cura di Bruno Antonetti e Giulia Negrin, vincitori della V edizione del Concorso dedicato a Josef Svoboda “Progettazione di Allestimento scene e costumi di Teatro Musicale” riservato a iscritti al Biennio di Specializzazione in Scenografia delle Accademie di Belle Arti di Macerata, Bologna, Venezia, Carrara, Bari e Brera); L’Olimpiade era difatti assente dalle scene jesine dalle celebrazioni pergolesiane di oltre dieci anni fa e ascoltare una prima assoluta è sempre motivo di curiosità (una curiosità peraltro condivisa dal pubblico, che pur non affollando il teatro ha partecipato con convinzione e interesse). Il risultato ha colto nel segno in entrambe le serate, a dimostrazione di una gestione del teatro jesino che, negli anni, ha saputo alternare bene repertorio, curiosità e doverosi omaggi ai geni locali (come nella passata edizione ‘spontiniana’). Molto diversa dalle precedenti letture jesine di Ottavio Dantone e Alessandro De Marchi, l’interpretazione di Giulio Prandi (a capo dell’ottima Orchestra Ghislieri) si è mossa di concerto con la regia di Fabio Ceresa nel sottolineare il lato affettuoso, sentimentale, quasi da commedia napoletana, della scrittura pergolesiana, avvolgendo i cantanti con un suono sempre attento e morbido. Della regia si è in parte detto: ambientata nelle Olimpiadi del 1936 senza, però, nessun riferimento al regime nazista, la visione di Ceresa si è saputa muovere con eleganza dalle iniziali atmosfere quasi comiche alla verità sentimentale che emerge dal proseguire della vicenda, sottolineando gli elementi sentimentali e ironici con un equilibrio ben riuscito e di notevole effetto. Bene assortito il cast vocale radunato per l’occasione, a cominciare dalla coppia di amici formata dal Megacle di Theodora Raftis e dal Licida di José Maria Lo Monaco, entrambe più a loro agio nell’espressione tenera e affettuosa piuttosto che nei grandi cimenti virtuosistici, ma comunque esecutrici di rilievo. Molto brava l’Aristea di Carlotta Colombo, in particolare nella sua splendida aria “Tu me da me dividi” mentre piuttosto sacrificata dai tagli è parsa l’Argene di Silvia Frigato (un peccato la caduta della gustosa “Più non si trovano”), comunque a suo agio nel fraseggio e nell’espressione. Interessante, infine, la scura vocalità di Francesca Ascioti, Alcandro impegnato in un numero di cabaret alla maniera di Marlene Dietrich, molto apprezzato dal pubblico. Tra i signori è parso più a fuoco l’autorevole Clistene di Anicio Zorzi Giustiniani dell’Aminta di Matteo Straffi, che dopo una partenza un po’ in sordina ha ripreso quota nel corso della serata. Teatro non esaurito ma pubblico molto caloroso al termine.

Lo stesso calore ha accolto, la settimana successiva, la prima assoluta del Giudizio di Paride, commissione della Fondazione Pergolesi Spontini su musica di Paolo Marchettini e gustoso libretto di Fabio Ceresa, anche regista. Proprio il libretto di Ceresa è sembrato la cosa migliore e più divertente della serata, imbastendo il processo al deicida Paride (uccisore del divino Achille) con gustose caratterizzazioni delle dee chiamate al processo: Hera come giudice, Atena all’accusa e Afrodite alla difesa. Tra ironia e sapidi riferimenti all’attualità (il plastico del tempio di Apollo che richiama quello, famigerato, della villetta di Cogne) il libretto affronta con garbo il tema del Fato, divinità oscura a cui gli stessi dei sono costretti a soggiacere, ponendo al pubblico la fatidica domanda: Paride è colpevole (quindi esiste il libero arbitrio) o innocente, perché costretto dal Fato? Non si trattava solo di una domanda retorica del libretto: tramite il collegamento alla rete wi-fi del teatro il pubblico è stato, difatti, chiamato a collegarsi e a votare dopo aver ascoltato le arringhe di Accusa e Difesa (per la cronaca, al termine delle due recite la maggioranza ha decretato l’innocenza dell’imputato con il 56% dei voti). Se il libretto ha convinto senza riserve, grazie all’ironia e allo spirito di Ceresa, la musica di Marchettini è sembrata andare un po’ più a rimorchio dell’esuberanza del testo, tra evidenti citazioni pucciniane e straussiane, in un a generale solidità di fondo che, dopo un inizio fin troppo severo, si è stemperata nella comunicativa più franca e aperta dei quadri finali. Molto buona, comunque, l’esecuzione, guidata da Gianluca Martinenghi a capo del Time Machine Ensemble, che si è destreggiato tra i novanta minuti della composizione con il giusto mix di garbo, ironia e sostegno alle voci. Solido il cast radunato per l’occasione, con personaggi caratterizzati molto bene e con la giusta efficacia, a cominciare dall’autorevole Hera di Laura Stella, la nervosa Atena di Gaia Cardinale e l’Afrodite ovviamente sexy e seducente di Elena Antonini. Benedetta Mazzetto si è ben destreggiata nel doppio ruolo di Artemide e Apollo così come Mattia Fiocco e Alessandro Abis sono stati efficaci interpreti, rispettivamente, di Asclepio e Zeus. Non so se Il giudizio di Paride possa entrare in repertorio: è difficile dirlo dopo una prima assoluta, ma l’esperimento di un’opera ‘interattiva’ (il voto del pubblico è previsto dal libretto ed è accompagnato da un intermezzo musicale, peraltro tra i brani più suggestivi) ha colto nel segno e chi c’era si è divertito applaudendo non solo al termine della rappresentazione ma anche, calorosamente, dopo i singoli quadri. La stagione jesina prosegue e si conclude a dicembre con la sempreverde Bohème pucciniana.
Gabriele Cesaretti
Foto: Marco Pozzi
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