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Emozionare, sorprendere, commuovere: un triplo Händel conquista Ravenna

19/11/2025 | Rivista Musica

Orlando (foto Luca Concas)

HÄNDEL Orlando E. Hauser, Ch. Senn, F.P. Vitale, M. Licari, F. Mineccia, G. Decol, D. Filippetto, N. Matricardi, L. Montresor; Accademia Bizantina, direttore Ottavio Dantone regia, scene e costumi Pier Luigi Pizzi luci Oscar Frosio

HÄNDEL Alcina G. Bridelli, E. Hauser, M. Licari, D. Galou, Ž. Čopi, Ch. Senn; Accademia Bizantina, direttore Ottavio Dantone regia, scene e costumi Pier Luigi Pizzi luci Oscar Frosio

HÄNDEL Messiah A. Hanshaw, D. Galou, Ž. Čopi, Ch. Senn; Coro della Cattedrale di Siena Guido Chigi Saracini, direttore Lorenzo Donati Accademia Bizantina, direttore Ottavio Dantone

Ravenna, Teatro Alighieri, 14, 15 e 16 novembre 2025

Entrare al Teatro Alighieri nei giorni della Trilogia d’Autunno è stato come varcare una soglia temporale ed emotiva: un’intensa full immersion nel mondo di Georg Friedrich Händel, orchestrata da Ottavio Dantone e visivamente plasmata da Pier Luigi Pizzi. Tre opere, tre giorni, tre universi: Orlando, Alcina e Messiah, legati dal filo invisibile del verso di Ariosto “L’invisibil fa vedere Amore”.

Dantone, con la sua consueta lucidità e passione, racconta il senso di questa maratona: “Una sfida, una maratona fisica e mentale. Ma è soprattutto un piacere profondo: ogni partitura ci chiede di scoprire nuovi dettagli, nuove emozioni, e noi li vogliamo vivere fino in fondo”. Sul palco l’Accademia Bizantina, una ventina di musicisti specializzati nel barocco, dialoga con le voci senza mai sovrastarle, mentre il Coro della Cattedrale di Siena aggiunge respiro e colore al finale con il Messiah.

La serata di apertura è un viaggio nella mente di Orlando. Il teatro si oscura, e un albero dorato, simbolo della passione tra Angelica e Medoro, si staglia al centro della scena. Le quinte specchianti di Pizzi moltiplicano l’immagine dei personaggi, suggerendo che ogni gesto e ogni pensiero si riflettono e si duplicano, come nella mente del paladino. Un immenso ledwall sul fondo del palcoscenico crea paesaggi che cambiano in continuazione: una foresta bucolica, il chiarore del cielo, piccoli scorci di tempesta, venti e nebbie (molto padane), tutto sincronizzato al respiro musicale.

Sul palco di Ravenna, l’opera si svela nella sua compattezza e armonia: arie misurate, introspezione dei personaggi, scrittura orchestrale che illustra tensioni intime e ambienti naturali, come suggerito dalle frequenti allusioni del libretto di Carlo Sigismondo Capece. Al centro della vicenda, l’amore tra Angelica e Medoro, fissato dalle iniziali incise su un tronco, scatena la pazzia di Orlando, incapace di accettare l’evidenza.

La scena ideata da Pizzi rappresenta un ampio vano chiuso lateralmente da pareti ora trasparenti, ora a specchio, con uno sfondo su cui scorrono proiezioni arboree di rara bellezza: viali soleggiati che richiamano le villeggiature di campagna, boschi intricati e nebbiosi, fino a un labirinto di siepi, simbolo della mente confusa di Orlando. I costumi, sobri ma vividi, caratterizzano i protagonisti: viola e porpora per i comprimari, bianco per Angelica e nero per Orlando, neutrali e opposti, rimangono tali per tutta la rappresentazione.

Filippo Mineccia è Orlando: la sua voce è attraversata da lampi di follia e momenti di introspezione dolorosa. La scena della pazzia al secondo atto è un mosaico emotivo: un susseguirsi di accompagnati e ariosi in cui Mineccia alterna rabbia e disperazione, vulnerabilità ed eroismo. Non c’è nulla di artificiale: ogni sfumatura nasce dal personaggio e dalla partitura stessa, anche laddove la voce mostra qualche défaillance che sembra far parte della fragilità dell’eroe.

Francesca Pia Vitale è Angelica, limpida e sospesa tra desiderio e timore. Nei momenti più intimi, come in “Verdi piante”, i flauti dolci sembrano cullare il suo canto, creando un dialogo poetico tra voce e orchestra. Elmar Hauser, Medoro, incarna la fragilità e la dolcezza del giovane saraceno, modulando la mezza voce con delicatezza e precisione. Martina Licari, Dorinda, porta una ventata di leggerezza e ironia, e immediato è correre con il pensiero al Cherubino mozartiano quando intona “Ho un certo rossore / di dir quel sento / s’è gioia o tormento / s’è gelo o un ardore / s’è al fine…no ‘l so”.

Christian Senn, Zoroastro, dà autorevolezza e peso al ruolo del mago. Nel corso di tutta la vicenda Pizzi ha voluto sempre in scena Amore, vero motore che muove tutti i personaggi: il mimo Giacomo Decol, figura statuaria dal sorriso insinuante, muove le passioni invisibili dei personaggi e, silenzioso, cattura lo spettatore, senza essere mai invadente.

Alcina (foto Zani-Casadio)

Il giorno dopo, in quel capolavoro che è Alcina, andata in scena con successo nel 1735 al Covent Garden, la scena diventa un’isola incantata. Lasciate le due quinte laterali rivestite di specchi, Pizzi svuota completamente la scena e costruisce un mondo barocco, tutto affidato alle proiezioni sul ladwall, dove la magia è tangibile: le videoproiezioni delineano palazzi di marmo e boiserie, tra labirinti di siepi e bagliori di luce rossa, e tutto è calibrato sulla musica di Händel. Di nuovo Amore, ancora Giacomo Decol, si muove tra i personaggi come un filo invisibile che li lega tra desiderio, inganno e passione.

Giuseppina Bridelli, Alcina, domina la scena con voce ardente e flessibile: dall’iniziale “Di’, cuor mio, quanto t’amai” alla disperazione di “Ah, mio cor”, la sua interpretazione bilancia seduzione e vulnerabilità. E trova l’apice nella sublime scena che inizia con il recitativo accompagnato “Ora intendo perché l’arme vestì” e sfocia nella citata aria “Ah, mio cor”, che sembra anticipare le grandi scene del teatro di Gluck. E commuove, forse ancor più, nell’ampia scena conclusiva del secondo atto “Ah! Ruggiero crudel” seguito dall’aria “Ombre pallide”. Davvero un’interpretazione di grande maturità e di statura tragica.

Il controtenore Elmar Hauser, Ruggiero, alterna eroismo e fragilità con una voce di grande dolcezza, adolescenziale nel timbro ma capace di mille sfumature, mentre Delphine Galou, Bradamante, affronta il ruolo con energia e precisione, senza nascondere però una certa usura vocale e un infragilimento del registro medio-grave.

Martina Licari, Morgana, si dimostra un’interprete di straordinaria sensibilità e freschezza per la capacità di dar vita ad un canto sempre vario, attento alla parola, in grado di trasmettere con immediatezza il gioco degli affetti. Christian Senn (basso), Melisso, e Žiga Čopi (tenore) completano un cast equilibrato, in cui è evidente il lavoro di approfondimento condotto assieme al direttore. Il quale esplora ogni sfumatura della partitura händeliana, dalle fresche allusioni naturalistiche alle tensioni intime dei personaggi, privilegiando colori acquerellati, sbalzi ritmici mai eccessivi e una sostanziale trasparenza delle linee.

Unico limite, forse, aver sforbiciato abbondantemente la partitura: se è vero che la prassi esecutiva barocca ammette una certa flessibilità, in questo caso la riduzione di alcune arie secondarie, di recitativi e di numeri di danza ha parzialmente sottratto all’opera una parte della sua ricchezza drammaturgica complessiva. In particolare, l’eliminazione dei numeri di ballo – parte integrante dell’allestimento originale londinese del 1735 – ha limitato quella componente spettacolare e “francese” che conferisce invece all’opera quel carattere unico all’interno del catalogo händeliano.

Messiah (foto Zani-Casadio)

Dopo Orlando e Alcina, il Messiah chiude la trilogia, portando lo spettatore dall’intimità dei sentimenti umani alla luce sacra della musica. L’oratorio non racconta una storia lineare, ma condensa la vita di Cristo in un percorso emotivo e spirituale. Per Dantone – che ha dichiarato che “Il Messiah rappresenta il vertice di tutto: qui si condensano le esperienze musicali di Italia, Francia, Germania e Inghilterra, e si crea uno stile universale” – eseguirlo dopo Orlando e Alcina permette di percepire tutto il percorso di Händel, come se fosse un unico racconto.

L’Accademia Bizantina e il coro della Cattedrale di Siena, diretto da Lorenzo Donati, dialogano con precisione e crescente intensità, mantenendo un approccio sobrio e limpido, conferendo la giusta solennità ma senza gonfiare troppo le gote. I solisti – Alysia Hanshaw(soprano), Delphine Galou (contralto), Žiga Čopi (tenore) e Christian Senn (basso) – si fanno apprezzare, con particolare merito per il tenore Žiga Čopi e Christian Senn, con qualche limite per la Galou, che si conferma finissima dicitrice, ma voce di limitata consistenza e proiezione.

Teatro pienissimo, moltissimi gli stranieri, a conferma di quanto il barocco possa ancora emozionare, sorprendere, commuovere.

Stefano Pagliantini

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