
BELLINI I Puritani G. Valsecchi, R. Lorenzi, V. Borgioni, S. Sun, E. Basso, B. Mazzetto, M.L. Iacobellis; Coro OperaLombardia, Orchestra I Pomeriggi Musicali, direttore Sieva Borzak regia Daniele Menghini scene Davide Signorini costumi Nika Campisi
Como, Teatro Sociale, 14 novembre 2025
Non c’è che dire: il circuito lombardo (Aslico / OperaLombardia) ha coraggio e intelligenza. Dopo il memorabile Don Quichotte (qui la recensione), Como si fa capofila della produzione di una delle opere più disperanti dell’intero repertorio, ossia I Puritani di Bellini (che, tanto per capirci, alla Scala manca dalla stagione 70/71, quando l’annunciato trio Muti-Pavarotti-Freni mancò poi, per varie cause, di esibirsi veramente, tutti sostituiti da colleghi di assai minor prestigio), che aveva proposto anche nel 2011, con una giovane ma già splendente Jessica Pratt. Dico disperante per vari motivi: anzitutto per le questioni vocali, ma anche per i problemi che una drammaturgia assai composita e contradditoria pone al regista. E necessita di un direttore che sappia far convivere le spinte romantiche, gli accenti stürmisch di tanti momenti (l’inizio del terzo atto su tutti) con gli equilibri belcantistici che devono governare il tutto: senza parlare delle questioni testuali, che vale la pena affrontare subito. A Como non si adottava, come era prevedibile, l’edizione critica, e quindi non venivano neppure reinseriti i tre pezzi (il terzetto del primo atto, il tempo lento del duetto del terzo e la cabaletta finale) che questa ha reinnestato nel corpo di una partitura per altro già lunga: il Maestro Borzak, poi, è partito con mano leggera nei tagli (la cabaletta di Riccardo, per dirne una, era integralissima), ma con buon senso si è arreso sfoltendo nel prosieguo qua e là, ad esempio alcune battute nella coda del duetto Giorgio/Elvira, il da capo di “Non parlar di lei che adoro” e persino (questo veramente inspiegabile) la ripetizione della stretta finale del primo atto. Il terz’atto, come gli appassionati sanno, è un sesto grado della vocalità tenorile: non stupisce quindi che, per facilitare il cantante scritturato, sia stata accorciata sia la sua aria d’entrata che l’acutissima (a Como un po’ meno: era mezzo tono sotto) “Vieni tra queste braccia”, come si faceva tanti anni fa. E naturalmente neanche a parlare di Fa sopracuto del “Credeasi misera”: ma quella è una nota che implica una tecnica di emissione ormai estranea alla gran parte dei tenori odierni. Con ciò Valerio Borgioni come Arturo si è difeso: la voce è bella e generosa, la dizione curata, il suo “A te o cara” vantava un do diesis squillante e una bella ricchezza di mezzevoci. Ma vuoi per il nervosismo, vuoi per una tessitura troppo spinta per i suoi mezzi (anni fa fu un ottimo Werther, sempre a Como), la salita agli acuti era spesso incerta, e la fatica nel sostenere le pagine più impervie (“Non parlar di lei che adoro”) evidente: un Arturo, insomma, più che dignitoso ma evidentemente incompleto (ci sarebbe poi da aprire la questione del diapason odierno, che rende tali tessiture ancora più improbe di quanto sarebbero sulla carta: ma è questione troppo lunga per essere contenuta in una recensione). Roberto Lorenzi ha voce dal velluto non particolarmente morbido, ma sa cantare, sale e scende con sicurezza, fraseggia con acume e intelligenza e riscatta Giorgio dalla placida, senescente benevolenza cui spesso è confinato; il coreano Sunu Sun non avrà raffinati strumenti belcantistici per rendere la scrittura di Riccardo — tipico ruolo anfibio tra basso acuto e baritono, come Ernesto nel Pirata — in ogni dettaglio, ma ha un bel colore, un’emissione sicura e una certa intelligenza musicale, sia nelle variazioni della cabaletta che nel gran duetto con Giorgio. Resta da dire di Maria Luisa Iacobellis, che mi pare una cantante da seguire con interesse: scontate certe note fisse sul passaggio e sui primi acuti, la voce è bella e sonora, la coloratura è — se non spericolata — certo molto precisa, i sopracuti in genere squillanti. Ma quello che più convince è l’incisività della dizione, il modo in cui costruisce un personaggio sfaccettato, senza che mai si scada nel manierismo: nella pazzia, ad esempio, qualcosa è ancora da rifinire, ma il personaggio esce con una potenza drammatica non comune.

Per parlare di direttore e regista, bisogna premettere come la concertazione del primo sia in perfetta sintonia con la visione del secondo: dei Puritani, quindi, cupi e inquieti, dove anche le oasi liriche sembrano fremere di un senso di paura, della stessa violenza che si vede (pure troppo) in scena. Questo porta a uno stacco dei tempi talora frenetico, che talvolta scade nell’eccesso (il coro che apre il finale primo, troppo prossimo a una tarantella) ma che più spesso centra nel segno: e la capacità di evocare colori, atmosfere e di variare dinamiche del maestro Borzak sono davvero ammirevoli. Detto poi che sa accompagnare il canto con intelligenza (cosa non scontata nei direttori giovani), non resta che seguire la carriera di questo talento italo-russo, che curiosamente impugna la bacchetta nella sinistra come pochissimi altri direttori nella storia.
Il regista Daniele Menghini (a cui devo uno dei più bei Rigoletti da me mai visti, allo Sferisterio di Macerata) ambienta l’opera in una moderna famiglia dominata dalla violenza e che vive, nel contempo, nel culto dei valori “puritani” del passato, continuamente evocati tramite l’ostensione di grandi quadri e corazze; e i fantasmi evocati nella follia di Elvira “sono le figure del passato che le rapiscono la ragione” (così nel programma di sala). Menghini lavora su ogni dettaglio, creando un microcosmo quasi soffocante di bigottismo (il coro che si segna continuamente con un libro di preghiere) e violenza, con un uso efficacissimo delle luci — davvero notevole l’atmosfera livida del terzo atto — e legando in un filo quasi da crime tutta la vicenda: resta da capire se tutto questo sottotesto indiscutibilmente efficace sia in sintonia con quello che ci dice la musica. Due soli esempi: far entrare Arturo con un grossolano abito carta da zucchero e delle scarpe da ginnastica, suscitando lo scherno e l’ironia dei parenti che si lanciano occhiate di compatimento, è certamente un’idea… ma la musica di Bellini, in “A te, o cara” presenta un quadro di araldica nobiltà, di sublimazione degli affetti che nulla lascia intendere di tale interpretazione. E poi, un “Suoni la tromba” che diventa una scena di tortura di un malcapitato prigioniero, fino all’omicidio finale, indubbiamente arriva a mozzare il fiato: ma è quello che serve in quel momento? Credo che Menghini avrebbe gestito meglio l’ottima idea iniziale, che permea tutta l’opera — ossia del doppio piano temporale tra i Puritani “di oggi” e quelli “del passato” — evitando il profluvio di simboli, oggetti e personaggi muti (specie nella pazzia) che rendono l’opera una specie di perpetuo quiz per lo spettatore. E infatti, tra gli applausi generosamente rivolti a tutti, il team registico è stato fatto oggetto di non poche contestazioni.
Nicola Cattò
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