
MOZART Don Giovanni A. Schuen, L. Pisaroni, M. Bengtsson, M. Persson, B. Richter, S. Gaul, D. Noyola, K. Cser; Ensemble di danza della Iván Fischer Opera Company; Studenti della University of Theatre and Film Arts, Budapest; Budapest Festival Orchestra, direttore Iván Fischer regia Iván Fischer scenografia e luci Andrea Tocchio costumi Anna Biagiotti
Vicenza, Teatro Olimpico, 1° novembre 2025
Dal 28 ottobre al 2 novembre Vicenza ha ospitato l’ottava edizione del Vicenza Opera Festival, manifestazione ormai consolidata come uno degli appuntamenti più attesi dagli appassionati di musica classica e opera. Ideato da Iván Fischer, il festival nasce dal suo amore per il Teatro Olimpico e per le architetture palladiane, cornice ineguagliabile in cui arte, storia e musica si fondono in un’esperienza immersiva.
Quest’anno il festival ha inaugurato una trilogia mozartiana, pensata come percorso triennale sui capolavori di Mozart, con Don Giovanni, seguito da Il flauto magico nel 2026 e Le nozze di Figaro nel 2027. L’apertura ha registrato il tutto esaurito e un pubblico internazionale, confermando il crescente prestigio della rassegna.
In un’intervista alla “Frankfurter Allgemeine Zeitung”, Fischer ha dichiarato di averne “abbastanza del teatro di regia”, sostenendo che “il teatro musicale diventa poco interessante quando direttore e regista lavorano separatamente”. La sua visione è chiara: la musica deve guidare la scena, non subirla, perché “i personaggi si capiscono dalla musica”. Da questa convinzione nasce la scelta di firmare personalmente le messe in scena dei propri spettacoli, con un approccio essenziale e concentrato su gesto, parola e suono.
Il Teatro Olimpico sembra incarnare perfettamente questa filosofia: la scenografia fissa di Vincenzo Scamozzi, con prospettive illusionistiche e statue, costituisce già di per sé un manifesto di armonia classica.
In questa produzione, l’orchestra è stata collocata davanti alla cavea, liberando il palcoscenico e lasciando al solo duo di pedane mobili – ornate da modanature e stucchi rococò, disegnate da Andrea Tocchio – il compito di suggerire livelli e spazi scenici. La scenografia scamozziana resta sullo sfondo, discreta e silenziosa, un fondale che non interagisce con l’azione.
Le statue che popolano le vie di Tebe prendono vita simbolicamente attraverso i corpi dei giovani danzatori dell’Ensemble di danza della Iván Fischer Opera Company. È un’idea intrigante, ma che non sempre convince: le coreografie di Georg Asagaroff appaiono rigide e poco funzionali, mentre i numerosi mimi risultano talvolta goffi o invasivi, più decorativi che drammatici.
La regia di Fischer privilegia la pulizia formale e la sobrietà: niente effetti spettacolari, nessuna reinterpretazione radicale. Anche le luci, pur curate da Tocchio, non sfruttano appieno le straordinarie potenzialità architettoniche del teatro; il contrasto tra prospettiva e ombra rimane sottotono, con la scena sospesa in un’atmosfera quasi monocroma.
Se la scena arretra, la musica si impone. Fischer concentra tutta la sua energia sulla direzione della Budapest Festival Orchestra, piegando la regia alla partitura. La resa interpretativa si distingue per coerenza e profondità espressiva, dominata da un sentimento di tragica inevitabilità: l’elemento erotico si intreccia con la morte, e la leggerezza mozartiana si trasfigura in una dimensione etica e drammatica.
La scelta della versione viennese, senza il sestetto finale, accentua il senso di condanna del protagonista: nessuna morale, nessuna catarsi, solo il vuoto lasciato dal crollo del mito. L’accuratezza dell’esecuzione si riflette in ogni dettaglio orchestrale: i dialoghi tra violoncello e voce in Batti, batti, le sfumature del mandolino nella serenata e i pianissimi sospesi della Canzonetta risultano pienamente valorizzati, mettendo in luce la precisione e l’equilibrio della scrittura mozartiana.

André Schuen offre un Don Giovanni magnetico, inquieto e vocalmente autorevole: non un seduttore cinico, ma un uomo attratto fatalmente dall’abisso. Luca Pisaroni interpreta un Leporello ironico ma misurato, complice ideale del protagonista, con duetti tra i momenti più vivi della serata.
Miah Persson offre una Donna Elvira elegante, ma poco furiosa e troppo accomodante verso il protagonista. La voce appare un po’ usurata e flebile nel registro medio-grave. Pur rivelando eleganza interpretativa e solide risorse vocali, Maria Bengtsson non approfondisce del tutto le sfumature psicologiche e la tensione drammatica proprie di Donna Anna. Più convincenti la coppia giovane Daniel Noyola (Masetto) e Samantha Gaul (Zerlina), che portano freschezza e naturalezza. Bernard Richter interpreta un Don Ottavio corretto, ben cantato e con voce finalmente robusta, mentre Krisztián Cser, nel Commendatore, domina la scena finale con autorità glaciale e presenza scenica monumentale.
Il pubblico ha tributato applausi convinti a questa lettura di Don Giovanni severo, essenziale, senza catarsi: un quadro tragico in cui Mozart diventa specchio dell’abisso umano.
Stefano Pagliantini
Foto: Alberto Storti
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